Basta politica sul fango:la natura non ha colore

Alluvioni e terremoti sono ancora imprevedibili. Non dobbiamo rassegnarci, ma almeno smettiamola di accusare ogni volta i governi di turno o la modernità

L’acqua non guarda in faccia a nessuno, sceglie la strada più facile per arrivare a valle, fino al mare, lungo canali stretti e ripidi. Monterosso non è più vicoli, case e spiazzi ma un lago di fango. Si contano i morti. Nera come la Dolce nera di De Andrè, ricordo di un’alluvione a Genova. Nera di malasorte che ammazza e passa oltre. Nera di falde amare che passano le bare. L’acqua maledetta non è una sorpresa. È già accaduto, ieri, l’altroieri, secoli fa. Riaccadrà.

Questa volta sprofondano le Cinque Terre o la Lunigiana, prima è capitato un po’ ovunque. Pioggia, acquazzoni, temporali e poi le alluvioni. Il giorno dopo il diluvio di parole. Di chi è la colpa? È il clima, è il denaro, è la stupidità o l’incoscienza, è il cemento o il governo ladro. È la maledizione divina. Cambiano le risposte, ma questa domanda ci coglie sempre sorpresi, scandalizzati, come se nell’Anno del Signore duemila e passa sia del tutto inconcepibile non saper tenere a bada il potere delle acque. Non siamo forse in grado di calcolare l’incalcolabile? È più facile misurare chi va più veloce della luce che prevedere i disastri? A quanto pare sì. L’uomo fatica a fare i conti con la natura e con la morte. È convinto che siano due errori nel sistema. Si sbatte per sconfiggerle, superarle, chiuderle in una parentesi. Scommette sull’immortalità, prova a piegare il sovrumano, tutto ciò che è selvaggio e imponderabile. È la fiducia infinita nella tecno-scienza e quando questa cade si cerca il capro espiatorio. Di chi è la colpa?

La realtà è che tutti noi ce ne freghiamo della natura. Non esiste. Non si sente. Non c’è. Non influenza le nostre scelte. Ce ne preoccupiamo quando l’acqua è arrivata alla gola, quando la casa è crollata. Tutti. I governi di destra e quelli di sinistra, le amministrazioni rosse e quelle bianche, il palazzinaro che pensa ai soldi e il poveraccio che incrocia le dita. La presunzione è farla franca. È giocarsela con la sorte. Altrimenti nessuno andrebbe a vivere in faccia al Vesuvio. Non è razionale. Ma davanti alla natura noi non siamo mai razionali, speriamo semplicemente di cavarcela. L’atteggiamento dell’uomo di fronte a ciò che lo circonda non è mai cambiato: io arrivo fin dove posso arrivare, se poi succede mi asciugo le lacrime. È fideistico e qualche volta sfiora la roulette russa. Questo significa che dobbiamo rassegnarci alle alluvioni e ai terremoti? No, ma almeno smetterla di fare gli ipocriti o di sfruttare la sciagura per sciacallaggi politici o ripetere la solita litania contro la modernità.

L’uomo è sempre stato incauto nei confronti della natura, quando ha potuto ha cercato di sfidarla, di contaminarla, ne ha avuto paura e l’ha maledetta. E ha sempre cercato di prevedere le sue mosse. Anche stavolta. Ma i meteorologi ci dicono che queste alluvioni lampo sono impossibili da prevedere, se non un’ora prima della tempesta. Sfuggono ai modelli matematici. Sono qualcosa di nuovo. Sono un tempo impazzito. Il problema è che la natura è sempre nuova. È spesso imprevedibile. Non bussa. Arriva. Quello che chiede, quasi evocando una parabola evangelica, è di stare sempre vigile, pronto. Il guaio è che non ne siamo capaci e forse non possiamo neppure permettercelo. I governi magari fanno poco. Gli stessi cittadini non fanno molto. Ci sono errori e colpe sulla prevenzione. Abbiamo questa maledetta abitudine, terribilmente umana, di manipolare tutto. Ma per stare davvero tranquilli dovremmo ridisegnare gran parte delle città, mettere da parte i nostri interessi di vita quotidiana, vivere da maniaci della perfezione e diventare inflessibili con noi stessi e con gli altri. È troppo. È qualcosa di sovrumano e forse neppure basterebbe, perché la natura è più forte, più furba, più fantasiosa. Non riusciremo mai a dominarla del tutto.

L’unica cosa che si può fare è non prenderci in giro. L’attenzione, la prevenzione, ha un costo. Dobbiamo decidere se vogliamo pagarlo sul serio. Cosa chiede la gente ai Comuni, alle province, alle regioni, allo Stato? Favori. Per sé, per la famiglia, per i propri affari, per la propria lobby. È su questo che vota e di questo si lamenta. Basta ascoltare quello che dicono i politici nelle piazze italiane. Di questo parlano, questo promettono. Dicono quello che gli elettori vogliono sentire. O parlano dell’ambiente in generale. Come un concetto ideale, qualcosa di indefinito. Ma quanti bravi cittadini italiani sono contenti di pagare il conto alla natura? Perfino chi vive nei pochi parchi nazionali passa il tempo a lamentarsi dei fastidi e fatica a vedere le opportunità. La soluzione? Puntare sull’egoismo. Far diventare la natura un affare. La natura come «ricchezza delle nazioni». Non ci salva dall’imponderabile, ma non ci lascia in balia di quel salvagente bucato che chiamano Stato.