Una battaglia per Karim

Ieri a Roma c'erano tre gatti, neanche quattro, a manifestare davanti al Parlamento in favore di Abdul Karim Suleiman. Ma si capisce: Karim non è un terrorista, vero o presunto, bensì uno studente egiziano ventiduenne condannato, nel suo Paese, a quattro anni di carcere per avere espresso delle idee su un blog. Tre anni per l'accusa di disprezzo della religione islamica e un anno per offese al presidente della Repubblica Mubarak. Sempre ieri, in un’intervista al Giornale, l'intellettuale libanese Pierre Akel sosteneva che Internet, dove «la gente può pubblicare qualsiasi cosa», è «un'opportunità storica per il liberalismo arabo»: vero per chi, come lui, sta a Parigi.
Karim invece sta in Egitto, ovvero in uno dei Paesi più «moderati», come si usa dire, del mondo musulmano: è stato processato per il contenuto di otto post, pubblicati sul suo blog, nei quali fra l'altro criticava l'università Al-Azhar, descritta come «l'Università del terrorismo e dell'estremismo». Suleiman studiava proprio all'Al-Azhar, che lo espulse l'anno scorso, chiedendo inoltre che venisse processato. In uno di questi articoli aveva criticato Mubarak paragonandolo a un «dittatore faraonico». In un altro - intitolato «La nuda verità sull'Islam come la vedo io» - Suleiman parlava degli scontri tra sette religiose avvenuti a Alessandria nel 2005, accusando gli integralisti musulmani di averli provocati e fomentati. Infine, grave colpa del giovane egiziano è di avere sostenuto il diritto delle donne al voto. In custodia dallo scorso novembre, Suleiman non ha mai rinnegato le proprie opinioni e poco prima del suo arresto scrisse: «Io dichiaro, in modo franco e netto, che rifiuto e rigetto ogni legge, ogni legislazione, ogni regime che non rispetti i diritti dell'individuo e la libertà personale, e che non riconosca l'assoluta libertà delle persone di esprimere le proprie opinioni, quali esse siano, fintanto che queste opinioni siano solo parole e non siano accompagnate da azioni tali da danneggiare gli altri. (...) Dichiaro inoltre che non riconosco la legittimità delle indagini in corso su quanto ho scritto, che rientrano nell'ambito della libertà personale di esprimere le mie opinioni. Questa libertà è sancita dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, che l'Egitto ha sottoscritto. Ma, lasciando stare la Dichiarazione, e anche se non esistesse, e anche se l'Egitto non l'avesse sottoscritta, i diritti umani esistono in quanto tali e non hanno bisogno di una legislazione o di leggi per regolarli o per definirne l'esistenza».
Il ricorso in appello ha confermato la sentenza, il 22 febbraio scorso. La famiglia ha disconosciuto Karim e il padre, non ancora soddisfatto, ha invocato contro di lui l'applicazione della sharia, la legge islamica, ancora più dura. In compenso l'organizzazione internazionale Index of Censorship ha insignito Suleiman del Premio Hugo Young per avere difeso i principi della libertà di parola, mentre il Pen Club britannico lo ha nominato membro onorario. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Tom Casey, ha espresso «preoccupazione» per l'incarcerazione del blogger e la sentenza è stata criticata anche da numerose organizzazioni per i diritti umani come il «Committee to Protect Journalists» con sede a New York. Quasi 6.000 individui hanno sottoscritto petizioni e inviato lettere al governo egiziano e al Dipartimento di Stato degli Usa chiedendo il rilascio dello studente. (Informazioni sulla campagna si trovano su www.freekareem.org). Per tutta risposta, il ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abul-Gheit ha dichiarato pubblicamente che l'ondata di sdegno internazionale seguita alla condanna non ha per lui alcuna importanza, e che considera le critiche interferenze indebite nel sistema giudiziario del suo Paese. Abul-Gheit ha anche affermato che il suo governo rifiuta le posizioni di alcuni «media ed organizzazioni non governative straniere», esprimendo anche il «forte disappunto e la costernazione» dell'Egitto.
In compenso, il governo egiziano sarà contento di quello italiano (che non si è espresso affatto) e dei nostri giornali, che hanno quasi ignorato un caso come questo, attentamente seguito da maggiori media mondiali.
Giordano Bruno Guerri
www.giordanobrunoguerri.it