Battisti, Alberto Torregiani operato d'urgenza Lo sfogo: "Che dolore la gioia del mio aguzzino"

Il figlio del gioielliere ucciso nell'attentato del 1979 finisce in ospedale: "Il mio aguzzino fa
festa in spiaggia. Non credevo di arrivare a soffrire fisicamente per
tutto questo. Battisti sa di aver sbagliato, lo ammetta". E lancia un appello: "Lo Stato non smetta di battersi per la giustizia"

Per Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso a Milano il 16 febbraio 1979, le prime dichiarazioni di Cesare Battisti dalla data del suo rilascio, apparse sulla stampa brasiliana il 14 agosto, sono state l'ennesimo pugno nello stomaco. Dolore fisico. Improvviso. La mattina di Ferragosto. Una nuova «batosta» che, stavolta, ha lasciato un segno visibile anche ai raggi X. Torregiani ora dovrebbe essere in Spagna, in vacanza con la famiglia. Invece si trova in una stanza d'ospedale a Novara, dove prova a spiegare cosa ha sentito quando, sulle agenzie di mezzo mondo, arrivava feroce l'impatto dell'ennesimo affronto: «Io non ho ferito e non ho ammazzato nessuno, sono in vacanza a Rio». Firmato, Cesare Battisti.

Raggiunto telefonicamente dal Giornale, Torregiani ammette: «Non credevo di arrivare al punto di soffrire anche fisicamente per la vicenda». Nessun accenno di vittimismo, nelle sue parole, anche se la cartella clinica parla di peritonite acuta dovuta principalmente allo stress di questi ultimi giorni. Nelle sue frasi non c'è rassegnazione.

Piuttosto la voglia di riprendere la battaglia per il padre, Pierluigi, per ottenere davvero giustizia per quegli anni di Piombo in cui Battisti militava nei Proletari armati per il comunismo e risulta tuttora responsabile di quattro omicidi per i Tribunali italiani. Uno co-ideato ed eseguito da altri, tre come concorrente nell'esecuzione. Per Torregiani, se Battisti dice che va in spiaggia, «è libero di farlo».

Anche con i toni da sbruffone che hanno colpito al cuore molti italiani. Ciononostante, «è inevitabile domandarsi a cosa è servito tutto quello che ho fatto in questi anni. Oltretutto, resta coerente nella sua presunta innocenza. Se si sa di avere sbagliato, si deve ammettere: non si possono continuare a ripetere bugie su bugie».

A questo punto del colloquio, a Torregiani si rompe la voce. Per quasi dieci secondi dall'altra parte della cornetta si sente soltanto un respiro trattenuto, sospeso. Come la giustizia che inseguendo Battisti in Brasile non è riuscita a riportarlo in Italia. Un ministro dell'ex governo Lula, Tarso Genro, ha negato l'estradizione. Non a caso nell'intervista regalata alla rivista Piauì, Battisti elogia il presidente da Silva per avergli concesso asilo politico, dopo averlo accolto noncurante di tutto. Delle pressioni diplomatiche provenienti dall'Italia, dell'intervento del presidente Giorgio Napolitano e del governo. Niente da fare. Battisti resta in Brasile. Libero di dire ciò che vuole. Di parlare come uno scrittore che promuove il suo ultimo lavoro facendo lo sbruffone e, naturalmente, della sua totale estraneità ai fatti di sangue che lo vorrebbero in carcere in Italia.

Dove il figlio di una vittima, sulla sedia a rotelle da quel lontano '79 - un colpo di difesa sparato dal padre contro gli aggressori finì fatalmente contro di lui - trova la lucidità per lanciare un altro appello. «Mi lasci dire che quest'intervista è l'occasione per ricordare a tutti, politici e Stato compresi, che se si crede davvero in qualcosa, non si può continuare a combattere soltanto due o tre giorni, due o tre mesi».

Insomma, la battaglia va continuata nonostante la batosta. Nonostante un buco nello stomaco di cinque millimetri. Torregiani, dovrà restare un'altra settimana in una stanza d'ospedale dopo le tre ore di operazione urgente. Deve rimanere a riposo per i prossimi due mesi. Questo gli suggeriscono i medici, che consigliano di prolungare lo stato di non affaticamento a sei mensilità, visto l'accaduto. Ma lui non cede: «Mangio flebo a tutto spiano e, non camminando, ricordo spesso Mandela. Che ha combattuto una battaglia per anni, con impegno. Oggi i risultati di quella pazienza, di quel credere, si vedono. Io sono trent'anni che aspetto di arrivare in fondo e non sarà una settimana in ospedale a fermare il mio cammino per la verità. La giustizia si fa oppure no. Se i governi non sono d'accordo in qualcosa, credo che si possa anche cambiare strada. L'importante e che non si continuino a tollerare le prese in giro». Dalle belle donne alle grigliate di Rio: i racconti di un uomo che dichiara da una spiaggia la sua totale estraneità ai fatti. Sulla pelle delle vittime.