Benzinaio chiuso per fare spazio alla pista ciclabile. E parte il ricorso al Tar

Bloccati gli accessi al distributore sui bastioni di Porta Venezia per il passaggio della corsia riservata alle due ruote. Palazzo Marino non rinnova la concessione al proprietario. E così cinque famiglie restano senza lavoro

Da sessant'anni serviva benzina sui bastioni di Porta Venezia. Ora è stato chiuso «per pista ciclabile». E poco importa, forse, che sia stato il primo distributore di Milano a erogare benzina anche di notte, il primo a vendere la verde, il primo in Italia a introdurre la carta di credito e probabilmente l'unico in cui un uomo ha chiesto in sposa una donna, come racconta la moglie del titolare. La chiusura ordinata dal Comune ha lasciato cinque famiglie senza lavoro, nonostante il proprietario sia disposto a pagare la ristrutturazione per renderlo compatibile con la nuova corsia riservata ai ciclisti. Al Comune basterebbe creare gli accessi per le auto, abbattendo parte dei cordoli che la separano dal controviale. Così la storia del distributore Tamoil di Vincenzo Esposito, 76enne «figlio di un ufficiale di marina medaglia d'oro al valor militare inabissatosi sull'incrociatore Trento nel '42», e del figlio Stanislao Alberto, 33, finisce davanti ai giudici del Tar. Dava da vivere anche al gestore, Alberto Ferrari, 42 anni, e ai suoi due dipendenti, che ha dovuto licenziare. E delle cinque famiglie coinvolte, è quella di Ferrari, forse, a subire le conseguenze più tragiche. Perché il gestore a novembre, a sette mesi dal matrimonio con Caterina Maurini, ha avuto un incidente in moto che ancora oggi, dopo il coma, lo costringe su una sedia a rotelle. Difficile in queste condizioni trovare una nuova attività per pagare il mutuo da 1.400 euro della casa appena comprata che la banca non ha sospeso. La moglie, 31 anni, segretaria in uno studio legale, è in aspettativa non retribuita perché tutti i giorni lo porta in ospedale per la riabilitazione. Rivolgersi a una croce privata costa tra gli 80 e i 100 euro al giorno. E l'Inps, contattata a febbraio per la perizia sull'invalidità per avere l'esenzione, non ha ancora mandato il medico. Mentre la generosità dei genitori e del titolare serve per pagare le liquidazioni ai dipendenti. La decisione del Comune di non creare gli accessi al distributore è di gennaio. Poco dopo, la comunicazione che non avrebbe rinnovato la concessione per l'impianto sul suolo pubblico. Per l'amministrazione il distributore - rimasto fermo già 8 mesi per la costruzione della pista - potrà riaprire solo fino alla scadenza, il 31 dicembre 2011. Ma a una condizione: «Le consuete modalità di erogazione possono essere temporaneamente tollerate a condizione che l'impianto funzioni dal lato opposto alla pista ciclabile», scrive al proprietario. Insomma, a patto che si girino gli erogatori. Uno scherzo da 80mila euro per rimanere aperto pochi mesi. Più altri 50mila a fine anno per lo smantellamento. Allora, si chiede Vincenzo Esposito: «Perché una pista ciclabile deve eliminare un distributore che vende 2,6 milioni di litri di benzina l'anno, con un servizio 24 ore su 24, 365 giorni l'anno? Non siamo degli speculatori, diamo un servizio». E si chiede Caterina Maurini: «Non esiste una soluzione di buon senso?». Di qui il ricorso al Tar, con cui Esposito rivendica il diritto a proseguire la propria attività nel rispetto della sicurezza dei ciclisti o almeno un risarcimento per il danno subito dalla sua e dalle altre famiglie. In una memoria il Comune rimarca invece il diritto alla revoca della concessione «senza alcun indennizzo», perché «d'altra parte vi è l'interesse pubblico a consentire la realizzazione della pista ciclabile» già condannata per pericolosità sia da Ciclobby, sia dal Pd. Per il consigliere comunale Maurizio Baruffi la si poteva ritagliare su «un marciapiede largo che non usava nessuno». Quello del controviale, largo 8 metri, lontano dai pullman in sosta perenne con il motore acceso per l'aria condizionata e al riparo dalle macchine che sfrecciano sui bastioni. Tuttavia anche questa, per l'amministrazione, è una soluzione «impraticabile» perché la pista sarebbe «inadeguata sotto il profilo funzionale» e «più costosa rispetto a quanto realizzato». La causa è appena stata discussa. I giudici hanno incaricato un perito di «accertare se la permanenza dell'impianto di distribuzione carburanti sia compatibile in condizioni di sicurezza con la nuova opera, ossia con la pista ciclabile e se sia possibile apportare al progetto variazioni tali da consentire la compresenza dell'impianto carburanti e la prosecuzione dell'attività, indicando, in caso di risposta affermativa, quali siano e il relativo presumibile costo». Se ne riparla a novembre.