Bertinotti: "Dicevo di essere ateo, oggi non lo dico più. Ma dopo la morte penso non ci sia nulla"

L’ex presidente della Camera racconta la sua "educazione sentimentale",
le lotte politiche, il rapporto con Dio. "Non sono materialista, neanche
il marxismo lo è. Però preferisco pensarmi come un qualcosa che
finisce"

Roma - Le domandone - quelle sul senso ultimo della vita - osiamo fargliele solo alla fine, dopo un’ora di colloquio.
Presidente Bertinotti, ma lei prega?
«No. Sento molto la partecipazione alle funzioni religiose. Ma trovo che la forma più consona a me sia usare - mi perdoni la volgarità di questo verbo: “usare” - quelle occasioni come riflessione laica sull’esistenza».

Lei in un’intervista ha detto che trent’anni fa si dichiarava ateo, oggi no.
«Sì, ma perché non mi interessa più un’affermazione militante».

Ma è credente o no?
«Mi interrogo. Ma trovo eccessiva un’affermazione categorica, in un senso o nell’altro».

Secondo lei che cosa c’è dopo la morte?
«Non mi immagino nulla, dopo la morte. Non so pensare il mio destino all’infuori del proseguimento della specie. Continueremo a esistere nella memoria di chi resta».

Non è una prospettiva entusiasmante.
«Per me è molto affascinante che sia così. Preferisco pensarmi come un qualcosa di finito».

A questo punto il lettore ha diritto a una spiegazione. Eravamo andati a trovare Fausto Bertinotti perché avevamo letto il suo libro Devi augurarti che la strada sia lunga, scritto con Ritanna Armeni e Rina Gagliardi, ed edito da Ponte alle Grazie (229 pagine, 14 euro). È un libro molto interessante, a tratti piacevole come un romanzo. C’è tutta la sua vita. L’infanzia alla periferia di Milano, una famiglia non ricca ma con un grande senso del decoro (la mamma impiegava mezz’ora, ogni mattina, per vestire a puntino il piccolo Fausto prima che andasse a scuola; «è una questione di rispetto per te e per gli altri», diceva, e finalmente comprendiamo da dove venga quell’eleganza); poi il trasferimento a Novara, l’impiego nel sindacato, le lotte delle operaie tessili, gli anni duri alla Fiat, l’addio alla Cgil e la guida di Rifondazione, la presidenza della Camera, infine quell’8 settembre che è stato il 14 aprile 2008, quando la Sinistra Arcobaleno è sparita dal parlamento.
Insomma non un’autobiografia ma quasi. «È la mia educazione sentimentale», dice Bertinotti. Comunque, una storia interessante. Ma ci ha stupito la sua prospettiva, se possiamo chiamarla così, ancora tutta «orizzontale». Ancora la «classe» più importante dell’individuo: la prima sopravvive e ricorda, il secondo polvere era e polvere tornerà a essere. Eppure quando la vita si fa breve (Bertinotti il 22 marzo ne ha fatti 69) incombono le domande sulle «cose ultime»: dove andiamo? Siamo figli di un Dio o del caso? Pensavamo a un Bertinotti più inquieto. «Sul monte Athos, in una chiesa di borgata o in una missione sudamericana, sento soffiare forte il vento della fede», aveva detto a La Stampa il 4 febbraio 2008. Invece in questo libro pare accontentarsi della sua fede nel comunismo. È una fede che esce dal Novecento con szero tituli e lasciando insoluti i grandi interrogativi sul senso della vita. Ma Bertinotti pare accontentarsi «che la strada sia lunga». Lunga, non infinita.

Presidente, come mai un bilancio della sua vita che, ci perdoni, appare ancora «materialista»?
«Non è così. La politica e le lotte operaie non sono cose materiali. Il movimento operaio è una costruzione storico-politica in cui l’elemento culturale e delle passioni è fondante. Lo diceva anche Gramsci: questa ascesa delle classi subalterne può formare un senso comune, costruire tutta una visione del mondo».

Comincia a parlare un po’ difficile.
«Senta, è vero che molti pensatori marxisti hanno avuto un’impostazione positivistica. Ma in Occidente no. In Italia no. Noi non abbiamo avuto l’ateismo di Stato. All’inizio degli anni Cinquanta, a Bergamo, Togliatti disse che “una sofferta coscienza religiosa arricchisce la prospettiva del socialismo”. Ha presente che cosa diceva Althusser?».

Francamente no.
«Che semmai il marxismo italiano può essere criticato per eccesso di idealismo, non di materialismo».

Mi permetta di passare da Althusser a Fiorello. Lei alla radio gli ha detto: «La politica è l’unica cosa che permette all’uomo di liberarsi da ogni oppressione». Non le pare esagerato? Che risposta può dare la politica a una malattia, a una morte, a una separazione?
«Quella mia frase comprendeva l’accettazione del limite umano. La politica accetta la dimensione finita dell’uomo. Non nega la possibilità di una trascendenza: ma sa che non le compete. E allora cerca di affrontare i problemi che può affrontare».

Quindi non è vero che libera da «ogni» oppressione. La sua frase non sembrava riconoscere questo limite.
«Veda: lei mi fa l’esempio di casi di malattia o solitudine. Ma quelli sono esempi di infelicità. È l’America che dice nella Costituzione di cercare la felicità dei suoi cittadini. Noi non ci diamo il compito di eliminare l’infelicità, ma l’oppressione. E nell’epoca del capitalismo, l’oppressione è determinata dallo sfruttamento. Dalla mercificazione dell’uomo».

Il comunismo ha prodotto un’oppressione peggiore di quella che voleva eliminare.
«Nel Novecento è stato così. Il tentativo di liberare l’umanità si è rovesciato nel suo contrario. L’Unione Sovietica ha costruito qualcosa di incompatibile con l’idea di liberazione».

Il fallimento non è stato solo dell’Unione Sovietica, ma di tutti i regimi comunisti.
«La sinistra operaia del Novecento è tutta figlia della Rivoluzione d’Ottobre. Neanche la socialdemocrazia può essere immaginata senza la Rivoluzione d’Ottobre. Fu una revisione, ma di che cosa, se non del comunismo sovietico?».

Lei nel 2001 ammise gli «orrori» del comunismo. Le è mai venuto il dubbio che quegli orrori siano conseguenze inevitabili del marxismo? Che non furono l’esito di una cattiva applicazione di un’idea, ma di una cattiva idea?
«Ho avuto quel dubbio. Qualcuno diceva: l’errore del comunismo è stato quello di avere sopravvalutato gli uomini. Di aver pensato che potessero mettere da parte i propri egoismi per dar vita a una società dove ciascuno considera il proprio simile come se stesso. Ci ho pensato. Ma mi viene da dire di no, il comunismo non contiene questo errore».

Perché?
«Perché questa scalata al cielo che il movimento operaio ha proposto nel Novecento corrisponde a un anelito all’eguaglianza che è sempre stata presente nella storia dell’umanità».

Ed è sempre stata sconfitta.
«È vero. Ma l’istanza non era sbagliata, e bisognava provarci. Walter Benjamin diceva che per avere la forza di lottare devi sapere che altri hanno lottato per la stessa causa prima di te».

Non crede invece che proprio l’Urss sia la prova provata che il comunismo sopravvaluta gli uomini? Che siccome la condivisione spontanea è impossibile, è inevitabile lo Stato di polizia?
«No, non lo credo. Si può costruire il comunismo anche senza lo Stato di polizia».

E come?
«Accettando l’idea che si può anche perdere».

E infatti l’Urss, appena si è allentata la dittatura, si è squagliata.
«L’Urss è stata uno smacco della storia. Ma non per questo non si deve cogliere la ragione e la forza di quel tentativo. Intanto, ha rappresentato un mito: ha detto agli oppressi di tutti il mondo che esiste la possibilità di combattere il capitalismo».

Poi?
«Con la Gran Bretagna e gli Usa, l’Unione Sovietica ha sconfitto il nazifascismo. Le pare poco? Quanti, anche in Italia, hanno combattuto invocando il nome di Stalin».

Non sarebbero stati molto meglio, con Stalin dopo Mussolini.
«Insisto: l’esperienza dell’Urss non è tutta da buttare, anche per quanto riguarda noi italiani. Il timore dell’avvento del socialismo reale, in Italia, ha contribuito a far sì che il capitalismo accettasse una serie di compromessi sociali».

Il mondo è più povero senza il comunismo?
«Le rispondo con le parole di una canzone di un non comunista, Giorgio Gaber. La sua bellissima Qualcuno era comunista dice che il comunismo aveva tanti difetti, che molti erano comunisti anche per interesse o per moda: ma alla fine, la canzone dice che la scomparsa del comunismo ha messo fine a un sogno».

Anche don Camillo non era comunista. E un giorno dice agli agrari che contestano lo sciopero dei contadini: «Ma non capite che sono comunisti per colpa del vostro egoismo?».
«E infatti quelli gli rispondono che è un prete bolscevico. Semplicemente perché difende una ragione umana, per loro è un bolscevico».

Ma lei crede davvero che per difendere la povera gente si debba per forza essere comunisti?
«Io so solo che ciò che ha fatto nascere il comunismo, e cioè la lotta all’ingiustizia, è più vivo che mai. E che non possiamo fare a meno di porci questo problema. Altrimenti la politica diventa una schifezza: gestione del potere, spartizione di poltrone, affari».

Lei ha detto che Giovanni Paolo II ha contribuito a farle archiviare la matrice stalinista di Rifondazione comunista. Però la sinistra, specie quella radicale, è sempre ostile alla Chiesa. Perché?
«Non è vero che sia ostile. Io ho un rapporto molto dialogico non solo con la fede, e neppure solo con il cristianesimo, ma soprattutto con il cattolicesimo. E credo che questo sia nella tradizione dei comunisti italiani. Calamandrei diceva: la guerra di religione da noi non c’è perché i partigiani hanno incontrato tanti parroci che li hanno ospitati. Mille volte le strade del mondo operaio e della Chiesa si sono incontrate. Il Concilio Vaticano II è stato il momento più alto di questa collaborazione. Ci sono stati vescovi, come il cardinale Pellegrino di Torino, che venivano ai presidi degli operai. Pellegrino ha scritto una lettera pastorale che si chiamava Camminare insieme. Insieme noi e loro».

Storie vecchie, mi permetta. Ormai sono anni che siete sempre in prima linea contro la Chiesa, specie in materia di bioetica. Perché? Che cosa c’entra la lotta all’oppressione con l’aborto?
«Sì, a un certo punto i rapporti si fanno più difficili. Ma anche questo è una conseguenza della globalizzazione capitalistica, che ha portato tutte le culture forti, compreso il cattolicesimo, a svolte integraliste. Non solo il movimento operaio si è sentito sotto schiaffo. Anche la Chiesa. Si è contratta, irrigidita, chiusa in una sorta di fortino per difendersi da un mondo che la assedia».

Tesi affascinante. Ma forse sull’aborto, ad esempio, la Chiesa l’avrebbe pensata comunque come la pensa adesso.
«Negli anni Settanta nella Chiesa c’era molta più laicità su queste scelte».

Per lei un bimbo che cresce nella pancia della mamma non è un essere umano?
«Per me no. E anche per san Tommaso d’Aquino non lo era».

Al tempo di san Tommaso d’Aquino non c’erano le ecografie. Oggi basta vederne una per osservare un bimbo che c’è già. Lei non cambia idea neanche di fronte a un’ecografia?
«No. Mi pare che considerare uno una persona perché si vede e si tocca sia una deriva materialistica».

Proprio lei che dice che con la morte non resta nulla dell’individuo, se non nella memoria di chi sopravvive, accusa la Chiesa di materialismo?
«Io non sono materialista, sul nostro destino. Sono leopardiano. Sull’infinito Leopardi ha già detto tutto».