«Blair diverso da Zapatero, non arretrerà»

Vittorio Macioce

Era la grande paura di Londra. Ora è un buco nero sottoterra, lì dove corre la metropolitana. È lamiere e sangue. È gente che scappa via. È membra senza respiro, una tonnara di impiegati e di turisti, di uomini della city e di donne che avevano fretta. Ilan Berman, vicepresidente dell’American Foreign Policy Council di Washington, da anni ormai studia la logica del terrore. Il suo territorio di analisi sono il Medio Oriente, l’Asia, la Russia, le strategie dell’Occidente, le reazioni e le ragioni dell’Oriente. Scrive sul Wall Street Journal. Il professor Berman dice che Londra era una città nel mirino, l’opzione era lì, possibile, probabile, temuta e sulla grande scacchiera della geopolitica quasi sicura. Mancava il quando e il come. La storia, purtroppo, ha risposto: ieri, con le bombe, nel sottosuolo e contro un autobus.
Professore, la scelta del 7 luglio è casuale?
«Penso di no. Il terrorismo islamico ama la politica dei simboli. La morte è anche un linguaggio. Si colpisce un nemico e, nello stesso tempo, si invia un messaggio».
E i destinatari sono a Gleneagles, in Scozia
«Sono lì. Al Qaida si è presentata davanti al G8, ha sbattuto i pugni sul tavolo e ha detto: tra i potenti della terra ci siamo anche noi. Non dimenticatelo».
Londra stava festeggiando. Le Olimpiadi del 2012 sono toccate a lei?
«È un particolare irrilevante. I piani dell’attentato erano già pronti da tempo. Il G8 sul suolo britannico era l’occasione giusta: colpire l’alleato di ferro degli Stati Uniti in casa e con ospiti di riguardo».
New York, Madrid, Londra: quali sono le differenze?
«La logica dell’azione non cambia: colpire i civili e seminare il panico e la morte ovunque».
Madrid, colpita al cuore, ha detto basta, la Spagna si ritira, via dall’Irak, via dalla guerra. Aznar ha perso le elezioni, Zapatero ha preso il suo posto. Cosa farà l’Inghilterra? Cosa rischia Blair?
«Mi sbilancio. La risposta di Londra sarà opposta a quella di Madrid. L’Inghilterra ferita, dilaniata, non farà passi indietro. È una scelta che non appartiene alla sua storia. Credo che la nazione si stringerà intorno al proprio leader, come fece con Churchill nel ’39. I conti, semmai, si faranno dopo, alla fine della guerra. E questa è una guerra».
E l’Occidente, cosa farà?
«Questo attacco ridarà vigore alla coalizione antiterrorismo. Ci sarà unione dove prima c’erano divisioni. La politica di sicurezza dei Paesi occidentali si farà ancora più severa. Ci saranno effetti restrittivi anche nelle politiche di immigrazione».
Queste è la difesa, ma l’Occidente potrebbe anche attaccare: andare a stanare il terrorismo nelle sue roccaforti, lì dove si nasconde, dove vive.
«A volte per difendersi bisogna attaccare, non solo con mezzi militari. Questo è uno di quei casi».
Al Qaida potrebbe colpire ancora. Chi sarà il prossimo?
«Vuole davvero un nome?»
Sì.
«L’Italia».