Blair se ne va e lascia un rompiscatole

Da quando Tony Blair ha accennato qualche settimana fa alla scadenza massima delle sue dimissioni definitive da premier (solo da ieri, giovedì, sappiamo la data esatta: 27 giugno), i giornali britannici sono stati pieni zeppi dei bilanci del suo decennio al potere, con opinioni fortemente varianti sui suoi successi e sui suoi fallimenti, ma sempre con quella enfasi livorosa e spirito critico che solo i media anglofoni sanno visitare sulla propria classe politica.
Ma su un fatto sono tutti d'accordissimo: il Regno Unito di maggio 2007 è fortemente diverso rispetto a quello del maggio 1997, quando è entrato al famoso portone nero di 10, Downing Street, accompagnato dalla moglie Cherie e dai suoi (allora tre, ora quattro) figli. Di conseguenza, i dossier da ponderare e le patate bollenti da sbucciare per il suo successore designato, l'attuale Cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, sono in gran parte diversi da quelli che Blair ha dovuto affrontare, e in alcuni casi sono cambiati in meglio, ma in molti altri, la situazione attuale è molto peggio.
La stabilità economica e il ritmo di sviluppo consistente dell'era Blair, spesso citati come il suo sommo trionfo politico, sono in realtà l'opera del responsabile dell'Economia Brown, che ora intende continuare a gestire tutto da 10, Downing Street, invece che da numero 11 (la residenza ufficiale del Cancelliere), dove invece pensa di piazzare un seguace molto leale (ma non privo di una certa bravura con le cifre), cioè l'attuale ministro del Commercio e Industria Alastair Darling. Le ricette per lo sviluppo saranno più o meno come in passato, ma ora da premier, Brown sarà in grado di decidere sull'annesso dossier «Europa» da solo, senza consultare l'amico-rivale Blair, assai più euro-integrazionista.
E dato per scontato che Brown manterrà la sua opposizione ferrea alla prospettata unione monetaria della sterlina con l'euro, e che farà di tutto per difendere la City e le istituzioni finanziarie britanniche da qualsiasi tentativo burocratico da parte di Bruxelles di mettere le briglie all'economia britannica, come l'attuale tentativo di controllare le Hedge Funds. Non essendo così socievole o politicamente furbo quanto l'amico Blair, sa di avere davanti a sé un forte problema nello sviluppo dei rapporti di fiducia con gli altri leader europei: non è mai stato amato dagli altri ministri delle Finanze europee, per via delle sue continue bacchettate durante le riunioni plenarie, considerandosi sempre il primo della classe. In passato ci pensava il simpaticone Blair a neutralizzare la spocchia del collega, ora deve fare da solo.
Parte avvantaggiato da un feeling di profondo rispetto reciproco nei confronti del neo-presidente francese, maturato negli ultimi anni: come Sarkozy, Brown è uno che per via delle radici culturali scozzesi calviniste crede fermamente alle virtù dell’«hard work» e dell’«alzarsi presto la mattina», come Sarkò e la signora Thatcher. E spera tanto di poter neutralizzare i tentativi di Angela Merkel (per non parlare del governo italiano e di altri) di puntare su una forma rilanciata della Costituzione europea, contando invece sulla complicità con Sarkozy, insieme al quale preferirebbe un mini-trattato molto light, puntando solo su alcune semplificazioni procedurali, con nessuna espansione dei poteri o delle competenze centrali.
Atlantista quanto Blair, e per certi versi ancora di più, è chiaro che intende mantenere la «special relationship» al centro della politica estera britannica, anche al costo di offendere gli amici europei o dei Paesi in via di sviluppo. Memore delle difficoltà di Blair nel rapporto con George Bush, specialmente per l'incapacità di influenzarlo più di tanto sulla strategia irachena (Londra era a favore di una strategia elaborata per l'occupazione, Washington no: i risultati sono noti), sarà meno generoso nell'offrire il sostegno alla Casa Bianca per ogni loro iniziativa, ma questo anche per via della crescente debolezza di Bush, e in attesa del nuovo presidente americano che sarà eletto in seguito alle presidenziali del 2008.
Brown sarà fortemente tentato di «fare qualcosa di zapateriano» e quindi di ritirare parte, se non tutte, delle truppe britanniche dall'Irak quanto prima, ma non sarà tanto per farsi amare dal vocifero lobby pacifista inglese, quanto per mandarle in quell'altro teatro bellico dove i cosiddetti amici europei si sono defilati, l'Afghanistan.
Nei confronti del terrorismo e dell'annesso dossier della sicurezza interna, non si discosterà molto dalla linea robusta e interventista di Blair, che ha offeso la lobby dei diritti civili e umani assai con le sue iniziative forti tanto contro «il nemico dentro» quanto «quello all'estero». E possibile che lascerà perdere il piano (costosissimo, e per motivi storici-culturali assai impopolare) di introdurre le carte di identità futuribili fortemente volute da Blair, e di copiare l'idea della destra di rafforzare invece il controllo delle frontiere, per rendere la Gran Bretagna ancora più fortezza di adesso.
Speronati dall'attivismo ambientalista del giovane leader tory David Cameron, negli ultimi mesi Tony Blair è stato costretto ad abbracciare la bandiera della «Guerra contro il surriscaldamento climatico» come grande priorità politica con tutta la grinta fredda da calvinista che sta dentro di sé, e di conseguenza rompere le scatole ai partner europei, specialmente quelli latini e quindi distratti sulla crisi ambientalista.
Date le buone (e quasi surreali) notizie dall'Irlanda del Nord, che da ieri ha visto la formazione di un governo solido fra le due comunità contrastanti, una vera vittoria morale per il premier uscente che aveva puntato tutto su quest'esito, Gordon Brown può ora strappare il dossier etichettato «Ulster - che fare?», ma in compenso, c'è un altro gatto «celtico» da pelare, e questa volta interamente colpa di Brown, di Blair e del partito laburista che hanno voluto fortemente la Devolution in Scozia e in Galles, sperando così con una misura di autonomia di soffocare qualsiasi velleità centrifuga. E invece no, in base ai risultati delle ultime elezioni regionali, e grazie all'impiego di quel sistema proporzionale che persino l'Italia ha avuto il buon senso di cestinare, il partito nazionalista scozzese (Snp) è diventato ora, col 37% del suffragio, il partito più grande, con il diritto morale di formare il prossimo governo, se riesce a trovare i partner per una possibile coalizione. È possibile che l'Snp non ce la farà, e si tornerà di nuovo alle urne, oppure ci sarà una poco convincente specie di «Grande coalizione» dei partiti anti-separazione, ma in ogni caso, è chiaro che la Scozia sarà un tormento costante per Brown nei prossimi due o tre anni, il massimo periodo che gli rimane dell'attuale legislatura.
Ed essendo uno scozzese, sa bene che ogni furba provocazione inventata dai «leghisti in kilt» per rendere la sua vita politica un incubo, avrà il risultato presso gli elettori inglesi di voler disfarsi del nuovo premier stesso, perché malgrado la sua stragiurata lealtà alla «Unione» (il Regno Unito nelle sue quattro parti componenti), rimane sempre uno scozzese, e quindi un rompiscatole.
William Ward