Bocciare è cosa giusta

Se oggi i francesi diranno di no al referendum europeo sarà un buona cosa, prima di tutto per gli europei, poi per la Costituzione e poi per l'Ue.
Infatti questa Costituzione, che non è neanche realmente tale, viene prima di avere risolto alcuni problemi essenziali, specialmente il necessario richiamo alle radici cristiane dell'Europa medesima, indispensabili per impedire errori che si rivelerebbero letali. La «Costituzione» è inoltre in realtà un lungo elenco di regole e cavilli farraginosi, di difficile comprensione e applicazione, dal quale appare chiara però una pessima certezza: non aumenta le possibilità democratiche del cittadino, anzi le soffoca in matrioske di poteri vecchi e nuovi di fronte alle quali l'europeo ha sempre meno possibilità di difendersi e intervenire: doppi poteri, doppia ubbidienza. Quella carta va dunque riscritta nei modi e con i tempi che la rendano meno gabbia e più collante, meno doveri e più diritti, meno massificazione di Stati e più rispetto dell'individuo e delle nazionalità.
È un bene e ha un significato preciso che a dire non sia il popolo francese, che con l'illuminismo e la rivoluzione ci hanno dato le vere basi dell'Europa di oggi, ovvero democrazia uguaglianza libertà e non economia verticismo controllo. È un non-caso simbolico e potente.
Quanto alla conseguenza temuta dai vertici, si dice che il non rallenterà l'Unione: ma questo è solo un bene. I potenti e gli strateghi dell'Europa unita stanno infatti ripetendo l'errore tragico commesso dai dittatori prima di loro: Napoleone, Cesare, Mussolini volevano che il loro progetto espansionistico e unificatore si completasse nell'arco della loro vita, e hanno costretto così i popoli a correre, frustandone il ritmo e costringendoli alla bava come si fa con i cavalli. Ma né gli individui né i popoli sono cavalli, e hanno bisogno di tempi molto più lunghi per arrivare a accedere alle grandi trasformazioni. Gli individui e i popoli sono più lenti, diffidenti, accorti e saggi, e sanno che l'euro è venuto troppo presto, come troppo presto sono arrivate Maastricht, Schengen, l'allargamento a Est e la forzata integrazione. Sappiamo - noi ancora presunto popolo europeo - e lo dimostreranno gli altri referendum - che per diventare tale abbiamo bisogno di più prudenza, di più conoscenza reciproca, di maggiore capacità di parlare con gli altri, che più acqua sia passata sotto i ponti, che ci si creda di più e ci si voglia più bene, in modo che essere europei significhi anche essere più appartenenti, più sereni, più consci, piuttosto che uniti a forza per questioni di macroeconomia di cui pochi si intendono ma che per certo costituiscono una catena più che uno slancio, un senso di impotenza più che di collaborazione.
Evviva il non francese, dunque, che permetterà una costruzione più saggia e meditata dell'edificio. Mentre non importa niente - anzi - che ci sia un freno di qualche decennio e che per molti aspetti si debba ripartire da capo: cinquant'anni in più sono un soffio nella storia per un progetto così cosmico, così rivoluzionario e che sconvolge millenni di storia, cultura, sentire e attitudini. L'Europa potrà riformarsi dalle società, dalle politiche locali, dagli individui, e sarà un'Europa più sana, più forte, più gentile, più generosa e più vera.
Tutti i popoli dell'Ue si sentiranno non più presi per un cappio, convinti a forza, impotenti e trascinati, ma è probabile che allora tutti, specialmente le nuove generazioni, non si limiteranno più a biascicare stereotipi e luoghi comuni ma lavoreranno a un progetto nuovo e finalmente collettivo.
Quando chiesi a un grande e saggio (e machiavellico) europeista italiano perché si volesse fare l'Europa consultando il meno possibile i cittadini (come è avvenuto in Italia) mi rispose semplicemente, gravemente, cinicamente: «Per impedire ai popoli di essere miopi». Il non francese però impedirà ai governanti - qui occorre un proverbio - di fare come quella gatta incinta, che per essere frettolosa fece i gattini ciechi.