Bollicine lombarde, prestigioso «cin cin»

La storia si ripete. Non c'è prima della Scala senza abbondante strascico di polemiche, e anche il 2008 non ha fatto eccezione. Fortuna che, dal 2004, c'è chi pensa a mettere tutti d'accordo davanti a un sorso di orgoglio lombardo. Si chiama Mattia Vezzola; per due volte negli ultimi cinque anni è stato incoronato miglior enologo italiano (prima dall'Associazione italiana sommelier e l'anno scorso da Gambero Rosso e Slow Food), e da quasi trent'anni dirige le cantine Bellavista di Erbusco, nel cuore della Franciacorta, in provincia di Brescia. E' lui il padre dei «cuvée» che il tempio dell'opera ha scelto per i suoi «cin cin» più prestigiosi. E fu lui, la sera del 7 dicembre 2004, a consegnare nelle mani del maestro Riccardo Muti il Bellavista Sigillo Teatro alla Scala, che chiuse il forzato esilio agli Arcimboldi. E se la stagione dei brindisi meneghini comincia a Sant’Ambrogio, senza bollicine non si saluta l'anno nuovo. Ma ci sono bollicine e bollicine. Quelle che «sanno parlare» non sono molte, e in Lombardia parlano (anche) franciacortino. Terra da raccontare coi sapori, la Franciacorta è un mosaico di quasi 70 diversi tipi di suolo, che i ghiacciai preistorici del monte Tonale distribuirono per 60 chilometri quadrati dal lago d’Iseo al Monte Orfano, dall'Oglio al Mella. Vocazione «cuvée»: mescole di diversi vitigni che permettono di ottenere brut di qualità sempre più elevata. Un boom che è scoppiato negli ultimi quarant'anni, in cui il territorio a vite è cresciuto da 30 a 2000 ettari. Spiega Vezzola: «La storia recente della Franciacorta inizia nel 1967, quando le venne riconosciuta per decreto del Presidente della Repubblica la denominazione di origine (la docg, denominazione origine controllata e garantita, arriverà nel 1995). Ma sfogliando le antiche carte di queste contrade si incontrano vini effervescenti già nel Cinquecento: le corti rinascimentali li volevano freschi e fruttati, e già si guardava con interesse a quest'angolo di Lombardia. Da due millenni, in effetti, questo territorio privilegiato fra i laghi prealpini dimostra una naturale predisposizione al vino». Una longevità pari almeno a quella della Champagne, che in Franciacorta guardano ancora con ammirazione, ma non più con invidia: «Per noi è un esempio, ma bisogna uscire da una logica di sudditanza. Ogni regione ha le sue caratteristiche: la Franciacorta ha un clima fresco ma influenzato dall'Iseo e dal Mediterraneo, che con la sua aria temperata dà al vino (non solo spumante, ndr) profumi, eleganza, morbidezza. La Champagne è parecchie centinaia di chilometri più a nord, è meno mitigata, luce e temperatura sono diverse e da qui deriva il carattere più aggressivo delle sue bollicine. Sono due zone ad ottima vocazione, le uniche due al mondo in cui il nome identifica territorio, denominazione e metodo». Quanto a quest'ultimo, «i francesi lo chiamano "champenoise", io, naturalmente, "Franciacorta". Ma è lo stesso: rifermentazione in bottiglia e remuage, o rimescolamento, manuale». Cosa manca allora alla Franciacorta per «fare brand» come i cugini francesi? «Quindici anni per costruire un orgoglio territoriale e creare consapevolezza culturale. Poi c'è l'educazione delle giovani generazioni: in Champagne sono un po' tutti "vignerons", e la conoscenza delle specificità territoriali passa anche dalle scuole. Da noi questo non è ancora avvenuto».