Bonanni: "Sì al modello Usa: ai vertici delle aziende lavoratori con più poteri"

Il leader della Cisl: «Non vogliamo confusione di ruoli ma i sindacati devono entrare nella logica capitalistica»

Raffaele Bonanni, applichiamo anche in Italia il modello Chrysler, con i sindacati nel capitale e ai vertici delle aziende?
«Intanto l’accordo è un fatto importantissimo per tutti e non solo per la Chrysler. È la dimostrazione che in situazioni gravi e di difficoltà estrema non è vero che tra i lavoratori prevale il ribellismo».
E quindi c’è un’alternativa al sequestro dei manager...
«Le persone che vivono di stipendio in questi casi dimostrano intelligenza, dignità e capacità di decisioni all’altezza della situazione».
Il sindacato Usa ha accettato sacrifici pesanti, anche in termini economici...
«È quello che succede, in Germania ma anche da noi, quando c’è un sindacato che rifiuta il nichilismo e imbocca la strada della corresponsabilità. Per noi della Cisl è ancora più importante perché corrisponde alla nostra idea di società».
Dice così perché l’altro lato della medaglia è un peso maggiore dei sindacati dentro le imprese?
«Ma noi questo lo auspichiamo da anni. Soluzioni di questo tipo oggi sono ancora più valide. La crisi economica è stata soprattutto crisi dei mercati finanziari, di quel modello che ha ritmato un intero ventennio devastando l’economia e in alcuni casi la stessa democrazia. La partecipazione dei lavoratori è la soluzione che fa parte dell’economia sociale di mercato che vuole anche il ministro Tremonti ed è un’alternativa al potere autoreferenziale della finanza che ha provocata macerie economiche e sociali».
Allora dobbiamo aspettarci i lavoratori ai vertici delle grandi aziende italiane?
«Io la vedo così e lavoro perché questo accada».
Concretamente come vorrebbe che funzionasse in Italia?
«I lavoratori dovrebbero poter possedere azioni, singolarmente, ma dovrebbero esercitare i poteri di questo possesso anche collettivamente. E devono essere in grado di intervenire. È quello che succede in Germania. E quella è un’economia che funziona, regge e traina quella mondiale».
La prospettiva dei lavoratori ai vertici delle aziende potrebbe non piacere a molti.
«Non vogliamo confusioni di ruoli. Ma i dipendenti devono almeno sapere cosa succede nelle loro aziende. Penso ai poteri di indirizzo e controllo».
Lei pensa che gli italiani vedrebbero bene dei sindacati dentro la stanza dei bottoni?
«Ma perché no? Chi ha dubbi sui sindacati basta che guardi all’ultima esperienza, quella della Banca popolare di Milano. Unico istituto di credito dove i lavoratori possono esprimere la loro dirigenza. Tutti i sindacati hanno contribuito a eleggere un manager qualificato e riconosciuto».
Quindi pienamente integrati nei meccanismi del mercato?
«I sindacati dovrebbero avere voce in capitolo attraverso persone qualificate, che vivono nella logica capitalistica. Di un capitale, però, che non obbedisca solo a se stesso, ma anche alle persone».
In Italia tutti si definiscono sociali e tutto sommato la nostra cultura non è lontana da quella tedesca. Come mai da noi questo modello non è stato introdotto?
«Negli anni Cinquanta ci provò Enrico Mattei con l’Eni. Allora fu contrastato dal conservatorismo di Confindustria e anche dal Partito comunista italiano».
Masochismo?
«Non accettava che un salariato potesse essere arbitro di se stesso. E che potesse essere distolto dalla lotta di classe».
La sua idea, insomma, non è poi tanto di sinistra...
«Se si continua a insistere con le teorie del Novecento finiremo per non essere capiti. E non riusciremo a costruire niente di nuovo dalle macerie di questa finanza che obbedisce solo a se stessa».
Altra obiezione. In Italia questo modello non si può applicare perché c’è un sindacato conflittuale...
«La conflittualità è tipica di chi ha problemi irrisolti e non ha la possibilità di partecipare. Se si nega la partecipazione si favorisce l’antagonismo».
Quindi se ci fosse più partecipazione non ci sarebbero posizioni estremiste dentro il sindacato?
«Mai visto nessuno che si ribella contro se stesso».
Non è che non sta facendo i conti con la Cgil perché è il primo maggio?
«Nella Cgil ci sono molte realtà che potrebbero anche riconoscersi in questo modo di ragionare, ma le vedo ancora deboli e timorose di affrontare con forza il confronto interno. E quindi di riallacciare una vera alleanza con Cisl e Uil».
A proposito, i metalmeccanici della Fiom hanno chiesto alla Cgil di non fare nessuna iniziativa unitaria con voi. Ce l’avevano con lei e la sua accusa di jihadismo alle tute blu...
«Io capisco che sono cose interne alla Cgil. Ne devono discutere tra loro».