Borghezio: «Hanno cercato di gettarmi giù dal treno»

nostro inviato a Chivasso
«Un incubo, ora so cosa significa trovarsi dentro un incubo. Il mio è durato 15 minuti. Il peggior quarto d’ora della mia vita. Se non ci fossero stati quei due agenti della Polfer, due angeli custodi che si sono presi un sacco di botte anche loro, non sarei qui a raccontarlo».
Reparto otorino, Mario Borghezio punta i gomiti nel suo letto d’ospedale a Chivasso. Per tirarsi su, e forse anche per risollevare al contempo testa e morale. Verrà operato oggi l’europarlamentare leghista, picchiato selvaggiamente sabato sera, in treno, da un manipolo di no-global che tornavano a Milano dopo la manifestazione contro l’alta velocità a Torino. Il professor Tubino interverrà col bisturi per ricostruirgli il setto nasale, poi, dopo un’altra tac di controllo per i colpi in testa, lo dimetteranno domani.
Altrimenti?
«Altrimenti scapperò ancora come ho fatto sabato sera dopo le prime medicazioni. Volevano trattenermi ma io ho insistito, promettendo che mi sarei fatto ricoverare l’indomani. Sa come sono fatto io, volevo tornare a Torino per rassicurare i miei familiari. Perché io non mollo. Perché anche quando sono riusciti a sottrarmi alla furia di quei pazzi, mi sono messo a urlare: “Viva la Lega, viva la Padania, viva Bossi”».
Fatto sta che lei, salì su quel treno, nonostante i carabinieri l’avessero sconsigliata.
«Non me lo avevano sconsigliato. Mi hanno soltanto detto che a Porta Susa sarebbero saliti anche molti dei manifestanti. Ho risposto che sarei salito ugualmente, sono un libero cittadino e ho diritto di circolare. Certo se avessi immaginato che sarebbero saliti in 400, non lo avrei fatto. Non sono un provocatore di professione come potrebbe fare intendere la battuta del ministro Pisanu».
Cosa è accaduto esattamente su quell’interregionale Torino-Milano?
«Ero seduto nella seconda carrozza, in uno scompartimento di prima classe. A Porta Susa il treno è stato assaltato da centinaia di squatter che sono saliti urlando e hanno cominciato a scorrazzare per le carrozze. Un gruppetto di loro mi ha notato e in pochi attimi, me ne sono trovato addosso a decine, inferociti, che hanno cominciato a picchiarmi, sputare e insultare».
Erano armati di spranghe o bastoni?
«No, mi colpivano, anzi ci colpivano perché colpivano anche i due agenti, un uomo e una donna della polizia ferroviaria, che cercavano di difendermi, con borse e zaini oltre che con pugni e calci. Sembrava non volessero mai smetterla. E nuovi scalmanati si aggiungevano. C’era persino uno di loro che filmava il pestaggio».
Lei ha cercato di difendersi in qualche modo?
«Mi sono protetto la testa e mi sono rannicchiato nei sedili ma il momento più terribile è stato quando un tizio, non più giovanissimo, che sembrava il capo, mi ha strappato il cappotto, ha abbassato il finestrino e ha incitato gli altri a buttarmi dal treno in corsa. Qualcuno ha anche provato ad alzarmi di peso lanciando deliranti minacce di morte. È stato terribile».
Pensa che ciò che è accaduto sia legato alla protesta contro l’alta velocità?
«Non ne ho idea, se quelli che mi hanno pestato sono gli stessi che contestano l’alta velocità, allora hanno commesso un grave errore. Prima di tutto perché io stesso sono quasi un no-Tav. Poi, perché con la violenza danneggiano la civile protesta dei valsusini e dei loro sindaci. Se si contamina una pacifica opposizione con disordini e aggressioni la Valle uscirà sconfitta irrimediabilmente».
Cosa le ha insegnato questa brutta avventura?
«Intanto che ci sono ancora eroi come i due poliziotti che mi hanno protetto e le hanno prese anche per me. Ho chiesto al questore di premiarli per il loro coraggio. E poi che dobbiamo metterci noi, con i capelli bianchi, che abbiamo vissuto gli anni di piombo a pacificare gli animi, a far prevalere il buon senso e la volontà di conciliazione. A maggior ragione in una vicenda come quella della Val Susa. Perché sabato sera, in quel vagone, mi sembrava di essere finito in una guerra civile. E non è una sensazione rassicurante. Pensi se su quel treno ci fosse stato un ingegnere o un tecnico della Ltf incaricato di costruire il tracciato dell’alta velocità. Lo avrebbero fatto a pezzi».
Una quarantina dei suoi aggressori sono già stati identificati alla stazione di Padova, che farà adesso?
«Prima penso a raddrizzarmi il naso e a togliermi questo collarino ortopedico, poi mi metterò a disposizione dell’autorità giudiziaria. Ma vorrei che la Lega facesse un passo ufficiale contro questa nuova pericolosa ondata di violenze più o meno legata alla faccenda Tav».
Gabriele Villa