Bossi: "A settembre tenteranno il golpe ma noi lo fermeremo, no a governi tecnici"

Il Senatur giura fedeltà al Cav: &quot;Nessun governo tecnico. Ci sono venti milioni di uomini pronti a bloccarlo&quot;. <a href="/interni/silvio_non_ha_paura_futuro_ma_e_tentato_elezioni/01-08-2010/articolo-id=464713-page=0-comments=1" target="_blank"><strong>Berlusconi non ha paura del Futuro, ma è tentato dalle elezioni</strong></a>: &quot;Altri parlano, il governo è saldo. Abbiamo adottato
quattro provvedimenti contro
tante chiacchiere: manovra, università, codice della strada e aiuti al cinema

Roma Eliminato Fini, «tutte le energie sul federalismo». Così titolava ieri la Padania. Ma la lettura ottimistica che il foglio di riferimento del Carroccio ha fatto dell’affaire Fini è stata mitigata nella serata di ieri dal Senatùr in persona che, parlando a Colico, in provincia di Varese, ha ribadito che «purtroppo su Fini aveva ragione la Lega, ma per adesso non c’è un rischio di elezioni. I numeri? Berlusconi è convinto che li abbiamo». Non per questo però non c’è allarme: «Il presidente della Repubblica, che è la chiave di volta - ha detto - non manda adesso a elezioni. Ma quelli non staranno fermi. A settembre cercheranno di dare la sfiducia a Berlusconi, passeranno il tempo a tramare di nascosto, a mettersi d’accordo, ad unirsi, dopo di che copriranno le carte per vedere come “ucciderlo”». Ma di fronte all’ipotesi governo tecnico il leader padano mostra i denti: «La Lega ha qualcosa come 20 milioni di uomini pronti a battersi fino alla fine, se non c’è democrazia nel Paese la riportiamo noi. Abbiamo la forza popolare per farlo». E alle voci di apertura che arrivano da sinistra su un ipotetico scambio «federalismo-governo tecnico» la risposta è chiara: «O ce lo dà Berlusconi o non ce lo dà nessuno. Noi siamo i suoi migliori alleati».
In attesa che l’autunno porti le sue battaglie parlamentari, alla Lega in questo momento interessa solo che il governo rimanga in piedi. Perché il provvedimento a loro più caro, ossia il federalismo fiscale (i decreti attuativi) non deve più essere votato dall’assemblea. Alla luce di questo scenario si comprende meglio il dito medio sfoggiato dal Senatùr alla domanda sull’eventualità di un voto anticipato. I decreti sul federalismo, infatti, dovranno passare solo dalle commissioni, per poi tornare al Consiglio dei ministri. «Parte delle tasse dovranno andare direttamente agli enti locali. Alle Regioni spetterà un mix di Irpef e Iva» è il progetto che Bossi punta a delineare «prima delle ferie»
Certo, il percorso non è breve, perché oltre alla valutazione presso la commissione tecnica (la bicamerale sul federalismo presieduta da Enrico la Loggia) i decreti cari al Carroccio saranno visionati dalla commissione Affari regionali, poi dalla Affari costituzionali, poi dalla Bilancio, dalla commissione Finanze. Ma sempre in sede consultiva.
Qualche problema potrebbe nascere proprio nella commissione La Loggia, la bicamerale in cui al momento la distribuzione di senatori e deputati è di 16 pedine alla maggioranza e di 14 all’opposizione. In questo scenario diventerà determinante il comportamento di Mario Baldassarri, il finiano che ha deciso di appoggiare in Senato il nuovo gruppo di Futuro e libertà per l’Italia. Se Baldassarri volesse mettere i bastoni tra le ruote al voto sui decreti attuativi, maggioranza e opposizione andrebbero in parità. L’eventuale stallo sarebbe però solo un dato politico, perché, secondo la legge, il Consiglio dei ministri può anche non tenere conto dei pareri della commissione. «Finora c’è stata una grande attenzione al nostro lavoro - spiega Massimo Corsaro (Pdl) - con una presenza costante del ministro Calderoli e un lavoro a stretto contatto. Speriamo che anche per il futuro avvenga lo stesso. La nostra è comunque una commissione consultiva».
Il bene più prezioso per la Lega è insomma il tempo. Segretamente sono convinti che la capriola di Fini sia stata pensata proprio per affossare il federalismo, e dunque la Lega. Ma sanno di essere più forti. «Guardiamo con attenzione - ci spiega un dirigente leghista - alla possibilità che Fini voglia far saltare il banco, far cadere il governo. Ma il voto sul federalismo non è un problema».
Paura è comunque una parola vietata in casa leghista: non a caso nessuno la usa. Da Bossi a Maroni in giù. Si racconta comunque che qualora la guerriglia dei finiani dovesse essere logorante, anche Bossi sarebbe d’accordo nel tornare alle urne. Ipotesi estrema, ma la Lega sa di avere buoni numeri: «Il federalismo non lo ferma nessuno - spiega il segretario del Carroccio in Emilia Romagna, Gianluca Pini - possono solo rallentarlo. Perché, se si tornasse a votare, la gente dimostrerebbe di aver capito che se non si passa a una finanza federalista, non ci sarà più modo di far quadrare i conti pubblici». Scenari futuri ancora astratti di cui si parla davvero malvolentieri nel Carroccio.