Bramantino, il mistero è in tavola

Nelle «Adorazioni» del pittore anche una lettura artistica e religiosa della Milano di fine Quattrocento

Ferdinando Maffioli

Colto, originale, rigoroso, enigmatico: Bartolomeo Suardi fu pittore e architetto soprattutto milanese. Di nascita e di professione - la geografia cittadina delle sue opere va dal Castello a San Nazaro in Brolo, dal Duomo a casa Fontana-Silvestri, in corso Venezia - tanto che nel 1525 il duca Francesco Sforza II lo nominò «architectum et pictorem nostrum, familiarem et curialem». Un traguardo importante, raggiunto pochi anni prima della morte, per un artista che nella Milano di fine Quattrocento aveva come colleghi, tra gli altri, Leonardo, Donato Bramante (di cui il Suardi fu allievo, da qui il «Bramantino»), Bernardino Luini e Marco d’Oggiono.
La mostra inaugurata ieri alla Pinacoteca Ambrosiana - «Le adorazioni del Bramantino. Arte, mistero e fede nella Milano del Quattrocento», fino all’8 febbraio - mette a confronto due tavole del Suardi: un’«Adorazione» dipinta a 20 anni, nel 1485 (tra i quadri dell’artista ospitati in Pinacoteca), e un’altra, in prestito dalla National gallery di Londra, realizzata più tardi, negli anni in cui Leonardo lavorava al Cenacolo.
Due opere che stimolano il confronto per la composizione e, soprattutto, per la complessità iconografica e simbolica. «Ma al di là del confronto questa esposizione - spiega il curatore, Giovanni Morale, autore anche del catalogo Skira - ci permette di meditare i misteri del Natale e dell’epifania a partire da due immagini singolari».
E quanto a misteri, le due tavole presentano una vera processione di aspetti enigmatici. Spesso con sfondo tutto milanese. Chi sono i misteriosi personaggi dell’«Adorazione» di Londra? I Magi? Chi i tre monaci inginocchiati davanti al Bambin Gesù nell’«Adorazione» ambrosiana? Chi sono le due donne accanto a Giuseppe? Chi fu il committente di questa tavola? Un’amadeita? Com’era forse lo stesso Bramantino?
Bisogna ricordare infatti che, per tradizione, le reliquie dei Magi erano in Sant’Eustorgio. E che fra Amadeo, un nobile portoghese mistico, penitente, visionario, devotissimo alla Vergine, santo e autore di miracoli, quando arriva a Milano, attorno ai 40 anni, ha l’appoggio di Francesco e Bianca Maria Sforza e degli altri nobili «che lo venivano a visitare et raccomandarsi alle sue orazioni». Tanto che nel 1466 fonda l’ordine degli Amadeiti (per Morale una sorta di «Opus Dei» ante litteram) presso il convento di Santa Maria della Pace.
Insomma, tra ricorrenze storiche e colte simbologie l’esame delle due tavole non lesina domande appassionate. Non a caso la mostra è stata curata da KallisteArte, neoassociazione onlus che ha come scopo quello di aiutare a scoprire, capire e diffondere l’arte.