Brera si difende dalla guerra

Sembra tutto pronto per un trasloco: casse di legno e quadri imballati, aria di dover far in fretta e di un viaggio che si appresta. Ma non c’è nessuna partenza; semmai è una fuga, una corsa ai ripari. Questo le foto (un centinaio) della mostra Brera e la guerra vogliono raccontare. Fuori, nemmeno troppo lontano, gli eserciti schierati. Dentro, fra le mura dei musei, dimora di una cultura senza tempo e patrimonio di tutti, aleggia la minaccia della distruzione. Bocconi golosi per l’invasore i musei lo sono sempre stati. In ogni guerra. Perché distruggere o fare incetta dell’arte (altrui) equivale ad azzerare il ricordo e la ricchezza di un popolo. Ecco perché anche la salvaguardia dell’arte fu per Milano, durante i due conflitti mondiali, una vera guerra, che avrebbe fatto molte più «vittime» non fosse stato per sovrintendenti illuminati, custodi decisi, collaboratori, funzionari. Figure semplici, comuni, che in quegli anni sfidarono divieti e poteri per mettere in salvo l’arte e la nostra memoria. Uno fra tutti quel Guglielmo Pacchioni, sovrintendente durante la seconda guerra, che nell’ottobre ’45 potè asserire con orgoglio che «nessun dipinto è stato sottratto dai nazifascisti», prima che un’inspiegabile damnatio memoriae lo travolgesse facendo perdere le tracce del suo buon operato. È anche per ricordare figure come la sua che, nel prosieguo delle celebrazioni per il bicentenario, Brera propone una mostra, curata da Cecilia Ghibaudi, che fino a marzo 2010 presenterà un ricco corredo fotografico, documentale e video per raccontare come pinacoteca e biblioteca si «armarono» contro il nemico per mettere in salvo libri e opere d’arte. «Tenevamo molto – spiega la sovrintendente Sandrina Bandera – a inaugurare questa esposizione nei giorni del ventennale dalla caduta del Muro». «A Sarajevo – ha aggiunto Aurelio Aghemo, direttore della Biblioteca nazionale Braidense, – una delle prime istituzioni a essere bombardata fu proprio la biblioteca». Chiara dunque la simbologia e il messaggio della mostra, allestita nella sala XVIII della Pinacoteca. Con una particolarità: davanti ad ogni dipinto che in guerra ha subito degli spostamenti, un totem ne ricostruisce la migrazione. Inoltre un’apertura eccezionale della sala Teresiana della Braidense permette di accedere direttamente alla serie di documenti che testimoniano sia il salvataggio di molti manoscritti presso l’abbazia di Pontida, sia la solidarietà della gente, dalle raccolte fondi a quelle di libri «che servano di sollievo» per i soldati feriti. I due conflitti ebbero sulla città impatto ben diverso: nella Grande guerra bombe e battaglie restarono lontane, nella Seconda ferirono profondamente il cuore di Milano con i bombardamenti dell’agosto 1943. Lo si comprende bene guardando le foto: amatoriali e formato cartolina quelle che illustrano la prima guerra, questi scatti testimoniano perfino l’euforia che accompagnò in certi casi la «partenza» di un’opera d’arte. Tutt’altro tenore hanno le immagini del secondo conflitto mondiale: le foto furono commissionate a tre grandi dell’epoca, fra cui Claudio Emmert. I loro scatti testimoniano le ferite delle bombe nei cortili e nelle stanze della pinacoteca e la successiva ricostruzione. Una proiezione dell’Istituto Luce fa poi da ai terribili giorni dei bombardamenti, insieme con le parole di Camilla Cederna e di altri testimoni dell’epoca. Il bel catalogo, firmato Electa, aggiunge spessore a quanto le immagini possono solo far immaginare, raccontando dei luoghi dove i dipinti furono ospitati e degli innumerevoli stratagemmi adottati per sottrarre le opere alla razzia. Info: 02-92800361, visita inclusa nel prezzo del biglietto alla Pinacoteca (10–7 euro).