Il brindisi

Abbiamo il difficile compito di spiegare perché dalle nostre parti non si brinda all’uscita di scena di Fazio. Abbiamo la noiosa incombenza di sfilarci dalla lunga lista di pecoroni che oggi si diranno felici, soddisfatti, finalmente liberi. La spiegazione è davvero in salita, perché a noi del Giornale, il Governatore non è mai andato giù. E i lettori lo sanno. Anzi, diciamo meglio, è dalla fine del 2003 che a tutta pagina abbiamo chiesto al Governatore di farsi da parte. Non gli abbiamo perdonato i trentamila risparmiatori truffati dalle obbligazioni Cirio, piazzate con la complicità del sistema bancario italiano. Non gli abbiamo perdonato i 200mila obbligazionisti del crac Parmalat. Dei quali si è occupato nei comitati interministeriali con un disneyano «pfuiiii». Non gli abbiano perdonato le goffe spiegazioni riguardo ai tangobond, che hanno coinvolto 400mila risparmiatori. Non gli continuiamo a perdonare la chiusura dirigistica di un sistema bancario che comporta dei costi per i correntisti doppi o tripli rispetto alla migliore Europa. Insomma da queste parti Fazio non circolava a testa alta.
Ma oggi, dicevamo, non brindiamo. Le dimissioni del Governatore rischiano di nascondere il vero nodo più che scioglierlo. Il rischio è che nel caso di Fazio si consideri il rapporto incredibile con Fiorani&Co e le diverse conseguenze penali che ne deriveranno come la causa ultima delle sue dimissioni. Mentre Fazio sarebbe dovuto uscire di scena per ben altri motivi che la frequentazione di una pattuglia di furbetti che poi si sono rivelati anche ladri.
Viene dunque da chiedersi perché proprio oggi? Non per assecondare Fazio nelle sue ultime condotte, quanto per capire l’ipocrita battaglia che ha portato alla sua uscita. I grandi commentatori dove erano su Parmalat e Cirio? E la Politica? Per Vincenzo Visco il 4 marzo del 2004 «su Fazio è stato sollevato un polverone». Per Tiziano Treu il 19 gennaio del 2004 «l’incarico a vita di Fazio è l’ultimo dei problemi». Luciano Violante il 25 febbraio del 2004 riguardo ai conti della Banca 121 diceva, sono «preoccupato per l’uso politico che se ne sta facendo. Il Governatore non è sotto inchiesta. Mi auspico che sia evitato un nuovo meccanismo come quello di tangentopoli». Per Montezemolo, e giuriamo che è vero, il 31 maggio del 2004: «Basta polemiche sul Governatore, è ora di fare sistema». Per Giuliano Amato il 28 dicembre del 2003: «Non c’è alcuna ragione di chiedere le dimissioni di Fazio. La radice del crac Parmalat è industriale». «Bankitalia non si tocca» per Fassino all’inizio del 2004 e Enrico Letta riguardo alle dimissioni chieste da Forza Italia il 5 gennaio del 2004: «Siamo interessati a discutere di riforme, non ad un regolamento di conti politico». Ma svegliamoci. Cosa è cambiato in questo ultimo anno? In una macabra contabilità delle ingiustizie sul risparmio il sangue dei risparmiatori è corso molto più per Parmalat, Cirio e Argentina che per le truffe di Lodi. Eppure il Governatore paga solo per queste ultime. Le peggiori evidentemente perché innescano un terremoto nell’establishment bancario e rischiavano di compromettere financo il controllo del santuario Corriere della Sera.
Il rischio è dunque che oggi, una volta liberatisi di Fazio, ci si accontenti. Si ha voglia veramente di voltare pagina? Si vorrà davvero introdurre la concorrenza nel settore bancario? Si permetterà agli stranieri di comprare dalle nostri parti? Il Governatore che verrà sarà più simile a Fazio o ad Alan Greenspan, il numero uno della banca centrale americana che nel suo ultimo discorso ha chiesto maggiore concorrenza per la già libera economia statunitense? O piuttosto si tenterà l’ennesima restaurazione?