Brunetta: "È farabutto chi offre lavoro in nero"

Guerra all'illegalità. Il ministro della Funzione pubblica: "Più che l’alleggerimento della pressione fiscale, servirebbero imprenditori perbene". "Cittadinanza agli immigrati prima dei 10 anni, ma solo se sono virtuosi"

Roma - Fuori i «fannulloni», dentro i «farabutti». Il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta è solito accompagnare riforme e decisioni con espressioni forti. E generalmente raggiunge il suo obiettivo, che è fare arrivare il messaggio a tutti. Questa volta non se l’è presa tanto non con i travet poco inclini al lavoro, quanto con una categoria più difficile da attaccare: gli imprenditori, anche se nella fattispecie di quelli che assumono gli immigrati in nero.
Per Brunetta non è accettabile l’attenuante della pressione fiscale e contributiva troppo alta sul lavoro.

«La differenza non è in un taglio del 5 o del 10% dei contributi - ha affermato intervenendo ad una trasmissione su radio-Rtl - ma sul fatto di essere farabutti o persone perbene. I lavoratori immigrati in nero sono dovuti alla nostra cattiva economia, sono l’altra faccia della nostra cattiva coscienza». Gli imprenditori farabutti fanno del male ai colleghi virtuosi, un po’ come succede con gli impiegati fannulloni e quelli che lavorano: «Invece di pagare 100 pagano 10, quindi se io li faccio pagare 90 non c’è competizione».

Negli interventi di ieri di Brunetta c’è anche spazio per uno dei temi che ha diviso la maggioranza di governo: il riconoscimento del voto agli immigrati, idea sponsorizzata dal presidente della Camera Gianfranco Fini, che non dispiace affatto al ministro Pdl. «La cittadinanza - spiega - va considerata come un premio per chi progetta la sua vita nel nostro Paese condividendone i valori e i diritti, questo percorso va verificato in maniera corretta e, se vi sono le condizioni, è possibile anticipare il tempo necessario per l’ottenimento della cittadinanza». Allo stesso tempo il ministro della Pa e dell’innovazione confida di non avere condiviso affatto l’emendamento leghista alla finanziaria che limitava il ricorso alla Cassa integrazione per i lavoratori immigrati: «Una grande stupidaggine. Innanzitutto è incostituzionale perché chi è nel nostro Paese deve essere trattato nella stessa maniera. Il lavoratore con un contratto regolare ha gli stessi diritti di cittadinanza amministrativa in relazione agli infortuni, al salario».

Insomma, l’unica categoria di persone che può essere discriminata è quella di chi non sta alle regole. Ben vengano gli immigrati che lavorano. D’altro canto, spiega, la tutela dell’immigrato in quanto partecipe alla produzione della nostra ricchezza e del suo benessere, è già un patrimonio «nel mio civilissimo Nord-Est».

Non è invece «accettabile - spiega Brunetta - una discriminazione perché si ha la pelle nera. Si tratta della solita linea di una parte della Lega, che non è certo la migliore, che va a solleticare la parte peggiore del Paese, quella xenofoba per poi fare marcia indietro e dire l’avevo detto».

L’incursione sui temi dell’economia e del lavoro privato, non ha distolto l’attenzione di Brunetta dalla pubblica amministrazione. E ieri ha confermato che la nuova missione del ministero sarà quella di scoraggiare al massimo le vessazioni ai danni dei cittadini. La nuova «battaglia» nella pubblica amministrazione sarà imporre «l’obbligo della gentilezza e della cortesia» negli uffici. «Contro le molestie burocratiche - ribadisce il ministro ospite di Domenica cinque (Canale 5) - i pubblici dipendenti tutti dovranno, tra pochi mesi, quando sarà approvata la mia legge, essere gentili e cortesi».