Bucci, Santucci, Pomodoro. A Urbino la festa dell'arte

Tra i piccoli capolavori del pittore di "Novecento", le illustrazioni di libri e le grafiche dello scultore

Una vera fioritura di iniziative a Urbino. All'Accademia Raffaello la mostra di rare incisioni di Anselmo Bucci (1887-1955), uno dei protagonisti del «Novecento» di Margherita Sarfatti insieme con Funi, Dudreville, Sironi, Oppi, Malerba, Marussig. Quasi un fauve italiano, Bucci: potente ed espressionista, come si misura nella bella serie che illustra Il primo libro della Jungla di Rudyard Kipling. Siamo nel 1924, un momento felice dell'artista che dipinge il suo capolavoro, I pittori, con il proprio autoritratto a fianco del suo assistente, dominante sulla impalcatura davanti al paesaggio di Fossombrone, la sua città natale (da dove proviene la bella collezione Battaglini, custodita in casa Cesarini), e qui a Urbino esposta a Casa Raffaello, ordinata nel bel catalogo a cura di Luca Baroni. Anselmo Bucci è un artista vero; e vita, dramma, passione ci vengono dal volto intenso e ombroso nel ritratto (del 1910) di Giulietta Marè, amica, modella, amante e compagna di viaggio nella stagione parigina del pittore. L'intensità di quel volto annuncia l'altra mostra, già ricordata in queste pagine, nella sala del Castellare del Palazzo ducale di Urbino, popolata di ritratti femminili: i fantasmi della memoria di Andrea Martinelli, L'ombra, gli occhi e la notte.

Poco lontano, nel Collegio Raffaello, con tutto l'impegno di Maria Letizia La Monica e Giorgio Tabanelli, il Comitato istituito presso l'Università degli studi di Urbino Carlo Bo in collaborazione con l'Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, l'Università di Pavia e il liceo artistico Scuola del Libro di Urbino, ha celebrato lo scrittore Luigi Santucci (1918-99) attraverso un'entusiasmante mostra degli studenti del liceo artistico con originali illustrazioni sul tema Dal romanzo alla letteratura per ragazzi. Un ottimo risultato del progetto di alternanza scuola-lavoro. I giovani si animano e animano la lettura di questo scrittore dimenticato per essere stato naturalmente (non programmaticamente) cattolico. E, per questo, «ripudiato, squalificato e anche deriso (sappiamo che il bigottismo dei laici non è inferiore e a quello dei cattolici)». Santucci, amico del grande critico e mitico rettore della libera Università di Urbino, Carlo Bo, è istintivamente volto al bene, e lo raccomanda ai giovani. Così lo ricorda ai suoi figli: «Se dovessi sintetizzare in una formula, in un'espressione il mio essere stato scrittore, credo che sarebbe questa: che scrivo per lodare. Io ho lodato, ho cercato di applaudire, di risuscitare nella lode, quante più cose ho potuto. La lode, sì, come messaggio, come linguaggio, se non per salvare il mondo (per guarirlo ci vuole altro!), per aiutarlo, perché recuperi una qualche stima, una qualche fiducia in se stesso; perché esca dall'autodisprezzo, dalla disperazione, e ritrovi l'amabilità. Perché senza un certo entusiasmo nei nostri confronti è poi quasi impossibile amare gli altri, si va a rischio al contrario d'infiltrare negli altri i nostri squilibri, il nostro scetticismo o addirittura pessimismo sull'umanità. E tutto quello che ho avuto l'ho davvero goduto, grazie penso alla mia natura di poeta, l'ho goduto (questo è molto importante) con consapevolezza». Importante la coscienza di una singolare discriminazione, oggidì vieppiù cresciuta, nei confronti di chi rivendichi la propria appartenenza di formazione e di cultura alla religione, alla civiltà cristiana: «L'etichetta di scrittore cattolico, se incollata addosso sbrigativamente e puntigliosamente appunto come etichetta (ed è da tempo il mio caso), significa ben poco, serve ad alimentare confusione, pigrizia, archiviamento di personalità e problemi. In effetti non mi sento più interessato a Cristo come cattolico di anagrafe di quanto lo fossero i protestanti Martin Luther King o Albert Schweitzer; sono solo uno scrittore che vive oggi, coi suoi spasimi e alternative sempre più tese, una sua cristomachia. Fuori della foresta in cui mi arrabatto non posso sapere se troverò Cristo e non so quale Cristo troverò: certo non sarà un Cristo riduttivamente cattolico».

Tra questi pensieri il percorso urbinate si chiude, davanti alle riflessioni lucide, aggressive e dolenti di un maestro della scultura del Novecento: Arnaldo Pomodoro (1926) in una mostra con una notevolissima serie di curatissime incisioni elaborate dalla, ormai leggendaria, stamperia 2RC di Walter Rossi. Con esse, allineate, la città di Urbino apre con entusiasmo una nuova sede per l'arte contemporanea: è la Civica galleria d'arte Albani, uno spazio di grande lindore che attende luce e vita dalle opere, con una particolare vocazione all'esperienza della grafica e dell'incisione, specialmente radicate nella tradizione di Urbino. È anche per questo che - in attesa della mostra sulla Bibbia di Chagall, di valore e interesse universale - si aprirà l'attività della nuova e luminosa galleria con una mostra delle opere grafiche di Arnaldo Pomodoro, nell'arco di quarant'anni, con una stagione nel Montefeltro, a Pietrarubbia, dove Pomodoro passò gran parte della sua infanzia. A quei luoghi è ritornato per dirigere il Tam (Trattamento artistico dei metalli), un centro per la formazione dei giovani, con cui condividere il suo amore per la scultura, e anche quello per le incisioni su lastre di rame. Pomodoro elabora le sue ricerche anche con materiali come l'oro e l'argento, cui si applica disegnando gioielli, oltre che con il ferro, il legno, il cemento e il bronzo, materia fondamentale per opere di piccole dimensioni e per le sculture monumentali per committenze pubbliche, di impegno politico e civile, senza l'equivoco della figurazione. Artista astratto, impegnato a tradurre in forme i pensieri, Pomodoro, attraverso la grafica, acquatinta e calcografia su due lastre di rame stampate su carta di Fabriano in strettissime tirature, intende individuare un'essenza segreta del linguaggio artistico. Impronte di pensieri, sempre acuminati come frecce, geroglifici, graffiti preistorici, testimonianza di una visione primordiale in un tramando, senza soluzione di continuità, fra mondo primitivo e mondo contemporaneo. Così aprire con Arnaldo Pomodoro vuole dire risalire alle origini, agli archetipi dell'arte. Una vera inaugurazione. Una città in festa. Una festa dell'arte.