Una bufala la cacciata di Biagi È stato lui a chiedere di lasciare

Fabrizio de Feo

da Roma

Del suo destino di «epurato speciale» e della sua parabola televisiva, a suo dire bruscamente interrotta dal famoso editto bulgaro del premier, leggiamo quasi ogni settimana nelle sue rubriche sul Corriere della Sera, su L’espresso e sugli altri periodici che ne ospitano la firma. Una tesi ribadita fino alla noia da Enzo Biagi in articoli che, con toni velenosi, dettano sempre la stessa versione dei fatti: il padrone ordina, i maggiordomi eseguono. Capita, però, che tra una crociata antiberlusconiana e l’altra, il decano dei giornalisti italiani perda di vista l’esatto svolgimento dei fatti e i contorni di un’uscita di scena avvenuta «per sua scelta e con sua soddisfazione», grazie anche a una buonuscita netta di tre miliardi di vecchie lire più le spese.
Il virgolettato è di Agostino Saccà, ovvero del suo teorico carnefice, l’uomo che si trovò a trattare con Biagi nel 2002 come direttore generale della Rai. Ma riprende testualmente parole scritte dallo stesso giornalista. Dopo aver ingoiato accuse e insinuazioni neppure troppo velate nel corso degli anni, l’attuale numero uno della Fiction Rai, incassato l’ultimo schiaffo, ha deciso di scostare l’altra guancia. Ha preso carta e penna e ha ricostruito, in una lettera indirizzata al consigliere anziano Sandro Curzi, a Flavio Cattaneo e ai consiglieri di amministrazione, tutta la vicenda.
La missiva parte dal ricordo della strumentalizzazione politica che venne fatta della vicenda. «Da quando Enzo Biagi ha concluso, per sua scelta e con sua soddisfazione, il rapporto professionale con la Rai, più volte uomini politici e opinion leader ne hanno fatto una bandiera, sostenendo che sia stato da me allontanato in ossequio al cosiddetto “editto bulgaro” pronunciato dal presidente del Consiglio» scrive Saccà. «Mi sono dato la regola di non rispondere mai a queste considerazioni per non assecondare una polemica pretestuosa che appartiene al gioco di una certa dialettica politica. A questo punto, però, non posso più mantenere la linea di riservatezza dopo che proprio Biagi ha scritto: “L’editto bulgaro annunciò il mio allontanamento della Rai, devotamente eseguito poi da Agostino Saccà, un uomo così fedele da dichiarare pubblicamente che non solo lui ma tutta la famiglia davano il voto a Forza Italia”. Biagi sa come sono andate le cose e quindi questa sua affermazione fa venire meno i motivi del mio silenzio. Per questo riguarda la mia persona ho affidato a un legale l’incarico relativo».
Saccà per la sua ricostruzione dei fatti si basa su prove «documentali». «Dopo che Fabrizio Del Noce aveva ritenuto di non confermare in palinsesto Il Fatto anche per il calo di ascolti dell’ultima edizione, per liberare il terreno dalle polemiche il 2 luglio 2002 mi sono espressamente recato con Del Noce a Milano per incontrare Biagi. Veniva raggiunta un’intesa per un contratto biennale che prevedeva per ciascun anno 5 speciali di prima serata e 20 puntate di un programma televisivo a cadenza settimanale di seconda serata. Biagi esprimeva ad agenzie e quotidiani piena soddisfazione per l’accordo, suggellata anche da strette di mano e abbracci».
Il dietrofront era, però, dietro l’angolo. «Il 18 settembre inviavo a Biagi una bozza di contratto. E successivamente in data 26 settembre, in una lettera gli ribadivo la “volontà e l’interesse della Rai ad avvalersi delle Tue qualificate e apprezzate prestazioni professionali”. Ricevuta la bozza, Biagi comunicava di non accettarla perché “differente da quella relativa a Il Fatto”. In questo modo Biagi non teneva conto del nuovo accordo raggiunto in luglio - che la bozza contrattuale recepiva in pieno - e indicava nell’avvocato Trifirò il legale con cui “concordare le clausole del nuovo contratto”. Si apriva allora una trattativa per una nuova edizione de Il Fatto su Rai Tre, una volta accertata la disponibilità del direttore di rete Paolo Ruffini. Il 27 novembre l’avvocato Trifirò comunicava che il suo assistito “da un lato non accetta la proposta contrattuale relativa alle intese di luglio e dall’altro, pur apprezzando l’offerta di programmare Il Fatto su Rai Tre non ritiene di dover accettare l’offerta medesima”».
L’avvocato con una seconda lettera sollecitava la chiusura di una transazione che «effettuata con il pieno consenso dell’interessato e con di lui piena soddisfazione, è di per sé la migliore garanzia che mette comunque al riparo da qualsiasi eventuale strumentalizzazione». A quel punto cominciava una trattativa che si concludeva positivamente prima della fine del 2002. Tanto che, in seguito a notizie riportate dall’Ansa nel gennaio 2003, Biagi scriveva all’agenzia precisando che «non sono stato buttato fuori dalla Rai. Al contrario con la stessa ho raggiunto di mia iniziativa un accordo pienamente soddisfacente che gratifica sotto tutti i profili, morali e materiali, i miei 41 anni dedicati alla Rai».
Per Saccà, quindi, «i fatti dimostrano in modo incontrovertibile che nessuno ha cacciato Biagi. Voglio esprimere l’amarezza di chi, sempre e comunque, si è comportato in funzione dell’interesse aziendale e della salvaguardia del patrimonio rappresentato da Enzo Biagi». La missiva, corredata di una puntuale documentazione, ha già ottenuto un primo risultato. Nell’ultimo numero de L’espresso il giornalista scrive: «È vero che con il mio avvocato ho trovato un accordo soddisfacente per la risoluzione del mio rapporto con la Rai. Ma è giusto specificare che non ho deciso di smettere di lavorare con l’azienda ma ho deciso di non lavorare con le persone che allora la dirigevano». Una correzione di rotta importante per chi ha sempre sostenuto la tesi dell’epurazione dalla Rai.