Buoni e cattivi: ecco le pagelle dei nostri alberi

Se guardiamo il mondo con gli occhi che piangono ogni volta che spira il vento, se starnutiamo all’impazzata ogni volta che calpestiamo un prato, se il tepore primaverile ci regala ogni volta un cerchio alla testa, allora questa divisione è per noi: ci sono alberi buoni e alberi cattivi. In città, certo. Ci sono fronde che ci lasciano respirare ed altre che possono soffocarci. Piante assolutamente innocue e benefiche ed altre che diffondono miriadi di pollini allergizzanti. Ne sa qualcosa il direttore di Allergologia ambientale del Policlinico, dipartimento di Medicina preventiva: «Le persone allergiche ai pollini sono in aumento, si parla del 30 per cento della popolazione. Una ricerca condotta nel 2000 su tremila pazienti di 21 città - già sensibili agli effetti di molte piante - ha rivelato che ben un terzo è insofferente ai «pollini emergenti». Ossia delle famiglie delle betulle, dei cipressi, dei noccioli, degli ulivi, degli ontani e dei carpini. Per contro, ha aggiunto ancora Previdi «esiste un recente studio che elenca 81 piante a basso rischio. È stato curato da Angelo Passaleva, vicepresidente Siac, Società italiana di allergologia e immunologia clinica e dal botanico Giuseppe Frenguelli». Gli esperti lanciano l’allarme: «In troppi giardini pubblici e privati c’è un abuso di alberi che contribuiscono ad aumentare i pollini allergenici nell’atmosfera delle città». Il consiglio è semplice: si scelgano siepi e cespugli pensando anche alla salute. Le piante «buone» non sono certo rare, si spazia dagli ippocastani alle magnolie, dalle palme ai mirti, dai meli ai biancospini, dalle robinie alle querce, dai sambuchi alle tamerici.
Le erbe cattive possono provocare anche disturbi alla pelle, dare pruriti, arrossamenti, ponfi. Lo conferma Roberto Zerboni dermatologo-allergologo del Policlinico: «Fra le peggiori le graminacee che comprendono 5mila specie, ci sono quelle spontanee, la gramigna comune, l’erba mazzolina e quelle coltivate come avena, mais, orzo, frumento. In alcuni soggetti possono provocare orticaria o aggravare altri disturbi della pelle, ad esempio la dermatite atopica». I più sfortunati non tollerano addirittura i prati, come ne vedono uno cominciano a grattarsi, «soffrono di “dermatite pratense” - ha spiegato Zerboni - si manifesta con un eczema diffuso».\