Burocrazia contro le imprese? Imitiamo Reagan

Ricetta Reagan per uno Stato che rema contro le proprie imprese. Nel 1980 la Casa Bianca ridusse i burocrati per rilanciare l'economia. Ora dobbiamo riuscirci anche noi. <strong><a href="/interni/litalia_che_non_funziona/21-02-2011/articolo-id=507332-page=0-comments=1">L'Italia che non funziona</a></strong>: per tre tavolini al bar mesi di pratiche e code

Quando Reagan dovette mettere in piedi una squadra di consulenti per rad­drizzare il legno storto dell’economia americana, si rivolse, tra gli altri, a un si­gnore di cui oggi pochi si ricordano: Wil­liam Niskanen. In una mattina del 1980 il suo assistente più fidato, Martin An­derson, convocò una pattuglia di giova­ni e affermati economisti. «Vorrei che voi mi diciate - esordì Reagan - cosa è necessario davvero per rivitalizzare la nostra economia. Non vi preoccupate di quanto le ricette siano popolari e soprat­tutto delle leggi che si devono fare per ottenere il risultato. Quest’ultimo è compito mio». Intorno al tavolo, tra gli altri, Milton Friedman, Arthur Laffer, Richard Muth, Ezra Solomon e il nostro Niskanen. Che è certamente un economista, ma che deve la sua grande fortuna accademica agli studi sulla burocrazia. Ci torneremo tra poco, perché ciò che nel 1971 scrive Niskanen, nell’Italia di 40 anni dopo sembra valere ancor di più.

Il governo italiano dovrebbe trovare il suo economista delle burocrazie. I due casi che pubblichiamo oggi, tra i tanti che ci arrivano in redazione, ci raccontano più di mille saggi perché la ricchezza italiana continuerà a stagnare. Le cifre in gioco non sono rilevanti: tre tavolini al bar e qualche migliaio di euro persi per ottenere ragione da un Tribunale. Leggeteveli: oltre ad esser ben scritti, dipingono un paesaggio che riguarda ogni famiglia italiana. Se una larga parte degli italiani ha uno stipendio e una pensione più o meno fissa e dunque soffre dell’eccessiva fiscalità, c’è un altra parte altrettanto importante del Paese che, oltre all’onere fiscale, deve subire l’onere burocratico. In più, rischia. Ogni giorno ci mette del suo. Ogni giorno spera che tutto fili liscio. Ogni giorno sa che i margini ridotti di guadagno che derivano dalla sua attività (altro che vacche grasse e autonomi che nuotano nel lusso) non sono sufficienti a coprire il men che minimo imprevisto. Questa parte del Paese è ridotta così male (dal punto di vista lavorativo, si intende) che non chiede più una riduzione fiscale (che pure è necessaria), ma semplicemente di essere lasciata in pace.

Dicono il governo e Tremonti: «È tutto lecito ciò che non è proibito». Cari Berlusconi e Tremonti, se questa rivoluzione dovesse partire, non ci sarebbe scandalo o scandaletto che vi scalzerebbe dai vostri ruoli. Ma lasciateci dire che questa rivoluzione è la più difficile di tutte. È più facile (in linea teorica) fare un decreto legge con cui si cancella una tassa, che liberare l’Italia dai suoi lacci.

Niskanen lo spiegò bene a Reagan. L’apparato burocratico risponde a tre leggi fondamentali.

1. La pubblica amministrazione tende a massimizzare il proprio bilancio. È come il fatturato per un’impresa: più servizi e più costi.

2. I politici (definiti da Niskanen correttamente «gli sponsor») sono piuttosto passivi nel discutere il frutto della spesa e soprattutto a confrontarlo con alternative.

3. Burocrati e sponsor passano il tempo a mercanteggiare.

In buona sostanza la pubblica amministrazione è quell’organizzazione non profit in cui nessun individuo legalmente può trarre un beneficio dalla differenza tra costi e ricavi. Ecco perché la pubblica amministrazione e il suo governo dovrebbero ridursi agli spazi minimi indispensabili. E non occuparsi di tavolini al bar.