«Il calcio corrotto esiste ovunque»

«Il football per un immigrato? Dipende, la maggior parte vuole sfogarsi e divertirsi un po’»

Ha la passione per il calcio, ha scritto diversi libri sull’argomento (e non solo) e fa il giornalista. Paul Bakolo Ngoi, 44 anni, due figli, è un congolese che vive in Italia da 23 anni. Ama chiamarsi afro-italiano.
Laureato in Scienze Politiche, è stato tra i primi ai tempi della legge Martelli a essere convocato a Roma per discutere di immigrazione. Oggi lavora presso l’assessorato alla Cultura del Comune di Pavia ed è sempre in prima linea a perorare la causa di quegli immigrati che, a differenza di lui, fanno più fatica a integrarsi. Non solo: oltre a occuparsi di letteratura per adulti e ragazzi (è in uscita il suo libro in due parti, «Eko, color cioccolato e Koba la tartaruga» e «Che vita sia!»), da anni lavora con le scuole per parlare di multiculturalità e di temi legati all’Africa. In questi giorni di calcio avvelenato, un suo precedente romanzo intitolato «Colpo di testa» casca proprio a fagiolo. Qui racconta la storia di Bilia, uno dei tanti bimbi che vivono a Kinshasa, in Congo, dove la miseria è la norma. Bilia viene arrestato per aver rubato un casco di banane e finisce in galera. Ma una volta uscito troverà nel calcio una nuova ragione per vivere e sperare.
Il calcio vissuto dunque come ideale?
«Questa in particolare è la storia di un ragazzo di strada che attraverso il calcio riscatta la sua vita. È un libro dedicato ai ragazzi di Kinshasa, “les faseurs ou segue”, cioè “che dormono per strada”. La mia speranza è che questo fenomeno trovi presto delle risposte per ridare a questi giovani la possibilità di vivere la loro età».
Come sono organizzate le squadre di immigrati in Italia?
«Da qualche anno hanno scelto di dare un contributo all’Italia e essere quindi soggetti attivi. Il caso della nazionale italiana che ha vinto sia a Edimburgo (2001) sia Göteborg (2004) l’Homeless World Cup è lampante. I suoi giocatori sono tutti stranieri che vivono in Italia, alcuni hanno iniziato nei campi nomadi di Milano. Una squadra di immigrati sotto la bandiera italiana e vince. Roba da non crederci!».
Cosa rappresenta il calcio per un immigrato?
«Per chi arriva a certi livelli è un risultato fantastico e un cambiamento di vita. Per chi invece gioca in una grande squadra è senza dubbio il raggiungimento di un obbiettivo. Diverso è chi tira quattro calci tanto per sfogarsi, dove il gioco è solo un momento di svago per liberarsi dei problemi quotidiani. Dipende da come uno lo vive».
Cosa dicono gli immigrati di questo scandalo del pallone?
«I miei amici in Congo mi hanno chiamato in questi giorni per chiedere più notizie, vogliono essere informati anche perché il calcio italiano è molto seguito e la Juve ha una montagna di tifosi. C’è incredulità».
Il gioco pulito è un illusione?
«Il calcio è uno sport che ha perso molto delle sue caratteristiche originali a livello societario anche se il gioco è sempre composto da 11 giocatori più riserve. Voglio credere che esiste ancora una parte sana del calcio ma se penso a quello che è stato denunciato in Francia (doping dei giocatori del Marsiglia), in Germania (arbitri che truccavano le partite), le ruberie di dirigenti in qualche Paese africano, credo che il calcio corrotto esiste ovunque. Bisogna aprire gli occhi e allontanare i furbi. Guardarsi nelle pupille e chiedersi “Ma tu compreresti una macchina usata da quello?”. Aveva ragione l’avvocato Agnelli».