Dalla camicia nera al doppiopetto Ma ora i militanti si sentono nudi

Il disorientamento della base: «Nessuna nostalgia di Duce e Msi: il problema è che Fiuggi non basta più. Quello che ci frega è la solitudine»

Vittorio Macioce

F a politica da sempre. Da dieci anni è presidente di Alleanza nazionale in una cittadina abruzzese. A Fiuggi, come tanti, ha pianto. Poi, come tanti, si è convinto che quella era la scelta migliore. Sul passato del Msi è nato un partito che governa, che vince, con i suoi assessori, i suoi sindaci, i suoi ministri: un partito in doppiopetto blu. Non ci si può lamentare. Ma qualcosa dentro lo stomaco non va giù, un rancore che qualche volta assomiglia a un ulcera, una strana insoddisfazione. «Nostalgia? No, qui vi sbagliate in tanti. Buona parte di noi il fascismo l’ha digerito. Fini va a Gerusalemme? Va bene, non siamo mica antisemiti. Fini ripudia Mussolini? È una brutta botta, certo, ma finisci per capire le sue ragioni. Non puoi entrare nel salotto buono della democrazia con la foto del Duce nel portafoglio. Non è la nostalgia quello che ci frega. È la solitudine. La base, i militanti, non è mai stata sola come in questo momento. Qui non si vede mai nessuno: né leader né colonnelli».
L’affetto verso Fini non è in discussione. Non c’è rancore, ma disorientamento. Non sanno più dov’è l’orizzonte. Quando dieci anni fa il delfino di Almirante disse «andiamo, la destra ha bisogno di una nuova casa», loro misero i cimeli in soffitta e indossarono la giacca sulla camicia nera. E ben presto anche la camicia sparì dal guardaroba. Dieci anni fa, tutto questo, poteva anche andare bene. Non ora. Non più. Non basta un vestito nuovo per sentirsi a proprio agio. La base vuole capire cosa c’è dentro An. Chi sono? Cattolici come Mantovano, o teo-con, un po’ ecologisti e un po’ statalisti, come Alemanno. Liberali come Urso? Conservatori come tradizione vuole? O neogollisti come, forse, sogna Fini. Michele Rocca, pugliese, capogruppo al consiglio regionale, evoca l’ombra di un narratore di trame come Pinuccio Tatarella. Qui, da queste parti, la sua assenza è un totem: «Pinuccio sapeva far dialogare le correnti. Era un uomo pratico, ma anche un tessitore, uno che conosceva i desideri di tutti, ascoltava, metteva tutto insieme e fissava la strategia». E per chi scantonava erano calci nel sedere. L’era di Tatarella è diventata, nella mitologia di An, il rimpianto per un partito omogeneo, il tempo in cui le correnti erano solo un sussurro. Magari non era proprio così, ma è quello che molti militanti ricordano. È la nostalgia del passato prossimo.
La base guarda il partito e vede troppo fumo grigio. S’incupisce per i litigi dei colonnelli, di cui alla fine non comprende ragioni e ideali. Alemanno che tenta l’attacco a Fini, ma poi si tira indietro, mentre si sussurra che il suo obiettivo è solo quello di creare un marchio riconoscibile, da capo opposizione, nel partito unico prossimo venturo. Il militante di An pensa che i colonnelli vanno sempre in due come i carabinieri. Destra sociale: Alemanno e Storace (in lite). Destra protagonista: Gasparri e La Russa (delusi da Fini). Nuova alleanza: Matteoli e Urso (fedelissimi di Fini). E Fini? Fini da solo, come un imperatore giapponese nel suo giardino di loto: l’unico che riesce a dire «io» in un mondo in cui si è passati, nei decenni, dal «voi» al «noi».
In Puglia, prima dei referendum sul destino degli embrioni, si faticava a non chiedersi: ma che stiamo facendo? Alfredo Mantovano ha mobilitato Alleanza nazionale in una battaglia, senza equivoci, per il non voto. Una battaglia nel nome dei valori della vita, di un cattolicesimo moderato, di una scelta di campo contro il relativismo laico e radicale. Tutto il partito compatto, tranne uno: Gianfranco Fini. I militanti pugliesi si sono chiesti se era il caso di espellere il loro leader per manifesta incompatibilità. È successo in Puglia con Mantovano, l’uomo che per questa storia ha rotto un’intesa decennale con Fini, ma un po’ ovunque i vertici regionali e provinciali di An hanno ignorato la scelta di Gianfranco.
Un giornalista vicino a via della Scrofa sottolinea il paradosso: il partito ha vinto e il leader ha perso. «Ma la rabbia che senti nella base non viene dal referendum. Da lì al massimo viene un certo atteggiamento di perplessità, come uno che dice: mah! In fondo ha detto che è una scelta non politica e ma di coscienza. E chi siamo noi per mettere becco nella coscienza di Fini? La rabbia coinvolge anche i colonnelli, che litigano per un pollaio. La nostra gente è un po’ all’antica, magari ammira chi fa a botte per passione, per orgoglio, per gli ideali, ma non sopporta chi si azzuffa per una poltrona. È da qui che sgorga il rancore: si sentono abbandonati, pensano di non contare nulla, e vedono questi impegnati in manovre e manovrine da marescialli di fureria, altro che colonnelli».
Domi Lanzilotta, dirigente provinciale di Bari, parla dell’effetto Musumeci, una sorta di rivolta federalista della periferia del partito contro il centralismo romano. È quello che molti delegati andranno a dire all’assemblea nazionale del 2 e 3 luglio, a Roma, all’Ergife. «Musumeci a Catania - dice Lanzilotta - ha fatto capire ai vertici del partito che il territorio ha una forza politica che non si può ignorare. La base vuole un federalismo di partito, maggiore autonomia, la possibilità di scegliere i candidati, a tutti i livelli: comunali, regionali, politiche. Quello che i militanti di An non vogliono è un vertice romano chiuso, in cui tutte le scelte vengono paracadutate dall’alto. Non fa parte della nostra tradizione».
Un po’ del vento di Sicilia soffia, in questi giorni, su tutto il partito. Vito Orlando è un militante e racconta di Musumeci e Lo Porto, i due che qui comandano tra un litigio e l’altro: «Ma tutti e due sognano di far diventare Alleanza nazionale qui in Sicilia come la Csu bavarese, un partito regionale, forte sul territorio e alleato della Cdu tedesca». Le altre regioni non chiedono tanto, ma all’assemblea nazionale la parola federalismo ricorrerà spesso. E Fini penserà che anche questo è un prezzo da pagare per stare con la Lega. Un dirigente di terza fascia romano, corrente Alemanno, descrive un partito disilluso con una base, francamente, un po’ troppo antifiniana. L’accusa rievoca l’immagine di un leader che soffre il confronto con il suo popolo, verso cui mostrerebbe un fastidio aristocratico. Fini sognerebbe un partito guidato da un ristretto gabinetto gaullista, un’élite in grado di trascinare il suo elettorato senza troppi compromessi. Questo è il ritratto di Fini che rimbalza, per esempio, nei siti internet della parte di ideologica di An, quelli che parlano e parlano di Rifondazione missina. E scrivono: «La destra va rifondata, partendo dalla tradizione cristiana, patriottica, solidaristica. Una destra che difende i concetti di giustizia sociale, di tutela dell’ordine e della sicurezza, tema ormai abbandonato e delegato alla Lega di Bossi. Bisogna ritornare alle identità, di cui essere orgogliosi, poi vinceremo o perderemo le elezioni, ma senza svendere la dignità». È la destra che era a Fiuggi solo per caso, o addirittura era troppo giovane per passare da quelle parti. È la destra che si specchia nella Lega e dice: peccato sia lumbàrd e secessionista. Ma tra la castrazione chimica di Calderoli e i tre no e un sì di Fini saprebbe, senza dubbio, dove stare. È la destra che rimpiange Rauti, sposerebbe la Mussolini, ma poi stranamente continua a votare non solo Alemanno e Storace, ma lo stesso Fini, come se fosse prigioniera degli occhi azzurri di Almirante, del suo ricordo o della sua fotografia, e di quel delfino che il Vecchio ha comunque abbracciato, indicato, designato. È la destra che non si stacca al di là di tutti i ricordi, gli slogan, le memorie del ghetto stracciati da Gianfranco Fini. È un fenomeno politico e sociale misterioso, una sindrome di Stoccolma della memoria perduta.
(1 - Continua)