Il carcere preventivo, tortura di Stato della nostra epoca

L’uso della cella per ottenere confessioni è in aumento. Anche se poi il 40% degli incarcerati è innocente

In Italia non c’è una legge specifica per punire la tortura, forse perché chi la pratica è spesso il medesimo soggetto che dovrebbe poi punirla: cioè la magistratura. Sarebbe un conflitto di interessi. Però la tortura c’è. Il Pm, con il consenso decisivo del gip, non usa lo stivaletto cinese per stringere i piedi, ma restringe l’anima, la testa, l’aria: la libertà. Si chiama carcere preventivo. Non la galera stabilita con sentenza definitiva, emessa in nome del popolo italiano. Ti chiudono dentro, forse per buone ragioni o forse no (il 40 per cento poi risulterà innocente), ma intanto stai lì. Ogni istante ti possono liberare, ma forse no, vediamo, dipende... Devi pagare un prezzo, un prezzo che nessuno dovrebbe pagare, perché la libertà non ha prezzo.
Accadde così durante l’età d’oro di manette pulite. Nel periodo tra il 1992 e il 1994 i Pm, guidati da Tonino Di Pietro e assecondati dai giudici per le indagini preliminari che li seguivano pedissequamente, usavano le celle per ottenere confessioni, le quali però non bastavano mai, occorreva chiamare qualcuno a correo, e spesso così le confessioni diventavano invenzioni, per essere più sicuri della benevolenza di chi non trovava più la chiave della cella. Ma poi eccola, ed eri fuori. Andava così, i procuratori a quel tempo erano come Caronte: avevano a disposizione il traghetto verso l’inferno.
Questa pratica è ripresa. Coincide con i cattivi rapporti tra politica e magistratura. Impossibilitati a incarcerare deputati e senatori, ora questo sistema è applicato ad amministratori pubblici locali e a imprenditori. L’anno scorso ci fu il caso del governatore dell’Abruzzo, Ottaviano Del Turco: un mese e più di carcere a Sulmona, isolamento. Prove eclatanti, dicevano i Pm. Stiamo ancora aspettandole. Oggi ci sono almeno un paio di casi a San Vittore a Milano dove il meccanismo della (presunta) tortura è confermato al mille per mille. L’assessore provinciale di Pavia, Rosanna Gariboldi è detenuta da più di un mese, senza ragione plausibile per cui non possa finire ai domiciliari. E allora perché? Si spera che la sofferenza apra certe valvole del cervello e allora dica, accusi, esponga, canti? Ecco: canti, come si dice in linguaggio carcerario. E se è innocente davvero e non ha nulla da dire? Qualcosa da dire c’è sempre. Si chiama tortura. Non è innocua. In lei, prima di qualsiasi condanna, la pena; è iniziato, come testimoniato anche dall’eurodeputato Mario Mauro, un «cedimento psico-fisico suscettibile di essere irreversibile». In America per impedire queste (s)torture, e garantire parità tra accusa e difesa, c’è l’istituto della libertà su cauzione, proporzionata alle sostanze dell’indagato. Se scappi, paghi.
Altro caso. L’industriale Giuseppe Grossi è una faccenda persino più grave. Sia chiaro: non si tratta qui di stabilire se i citati detenuti siano colpevoli o innocenti. Il fatto è che secondo Costituzione sono innocenti, e vanno trattati per tali, salvo ragioni gravi, non il contrario. Eppure... Accade che Grossi sia gravemente ammalato di cuore. Siccome dubitare è legittimo, il gip ha nominato quattro suoi periti, professori di rango, e ha chiesto di fornirgli un responso. I quattro hanno deciso: lo stato di detenzione può «essere concausa di eventi acuti con esiti fatali». Non sono parole dei difensori, ma dei medici nominati dal giudice. Chiedono che il Grossi sia almeno ricoverato in cardiologia, vigilato, ma vicino agli attrezzi per la rianimazione. Risposta: «Prevalgono le esigenze cautelari». La sicurezza anzitutto. La Costituzione finisce sotto i tacchi. Ho tra le mani il rapporto che l’Italia invia all’Onu sulla pratica dei diritti umani nelle carceri. Trovo scritto: «Coloro che si trovano in condizione di privazione della libertà esercitano il pieno diritto alla salute». Mi pare che invece in queste righe si eserciti piuttosto il diritto alla bugia.
Qualcuno potrebbe dire: ci si occupa qui solo dei detenuti importanti. Tutti i detenuti sono importanti. Ma la notorietà dei due sopracitati aiuta a capire un problema più grave e vasto. Guai se ci si fermasse a loro. Ho in mente un caso incredibile. Da diciassette mesi (17!) è in custodia cautelare, in regime di isolamento e protezione un sacerdote accusato di pedofilia, di nome Ruggero Conti. D’accordo, il reato è tra i più odiosi che esistano. (Per parte mia sono certo sia innocente di fatto, esistono elementi certi per dirlo, ma è in corso il processo, vedremo). Ma cosa c’entra la punizione prima della sentenza? Per di più ha la pressione fuori controllo. Anche per lui i medici neutrali hanno detto: rischia l’ictus. Diciassette mesi di isolamento, un quarto d’ora d’aria e basta a causa del sovraffollamento, anche se gli agenti di polizia penitenziaria di Regina Coeli e il loro comandante Gaetano Meschini sono professionalmente eccellenti: tutto questo può fare impazzire. Poi dicono che il processo breve serve a Berlusconi. Serve alla vera giustizia.
(Osservazione finale. Non pensiate che il carcere sia un problema degli altri. Può essere anche un problema nostro, o di una persona cara, di un amico, o magari di un poveretto che non ha nessuno. È una questione della nostra civiltà).