Cariglia: ho sofferto ma dopo 12 anni ho restituito l’onore al Psdi

«Dal ’93 mi hanno accusato di tutto, dalla concussione alla ricettazione ma sono sempre stato assolto»

Stefano Zurlo

da Milano

È rimasto in naftalina per dodici anni. Ora Antonio Cariglia riemerge insieme al fantasma del Psdi, il partito di cui fu segretario negli anni cruciali del tramonto della Prima Repubblica. «Dal ’93 a oggi - spiega lui - mi hanno accusato di tutto, dalla concussione al finanziamento illecito e alla ricettazione, ma sono stato sempre, dico sempre, assolto. Credo di aver restituito l’onore al Psdi».
Un po’ tardi, onorevole Cariglia. Il Partito socialdemocratico non c’è più.
«È vero. Ed è triste. Noi abbiamo vinto storicamente ma perso politicamente; i postcomunisti, al contrario, hanno perso sul piano storico ma hanno vinto politicamente».
Si aspettava tutti questi processi?
«Francamente no, ma tutto si svolgeva in un clima lunare, surreale. Un avviso di garanzia voleva dire un rinvio a giudizio matematico, udienze su udienze, i titoli dei giornali».
In concreto, che cosa le addebitavano?
Tutto, per quel che mi riguarda, iniziò nel ’93. I giornali facevano il mio nome, si diceva che alcuni imprenditori avessero dato contributi al Psdi e che questi soldi fossero nella disponibilità del segretario Antonio Cariglia».
Vero?
«Ma sta scherzando? È difficilissimo difendersi, quando non si conosce nemmeno chi ti accusa. Per carità, io fui l’ultimo fra i segretari del Pentapartito ad essere risucchiato dentro Mani pulite, in un certo senso mi ero preparato, avevo visto gli altri leader travolti uno a uno».
Come arrivò il suo turno?
«Andai da Di Pietro insieme al mio avvocato, Vincenzo Siniscalchi, che mi ha sempre difeso con Gaetano Balice. Gli dissi che ero a disposizione per chiarire le notizie di stampa, lui mi rispose che non aveva contestazioni da muovermi, io verbalizzai alcune dichiarazioni spontanee. Me ne andai».
Poi?
«Poi cominciò a grandinare».
A Milano?
«No, a Foggia e a Roma. Il processo per i nastri trasportatori, una presunta concussione ai danni dei cugini Lodigiani, ricettazione e finanziamento illecito. In tutto, cinque processi. Solo a citare i principali».
Chiusi tutti senza danni?
«Non solo non sono mai stato condannato, nemmeno in primo grado, ma neppure i Pm hanno mai chiesto la mia condanna. Di più, in due occasioni mi sono alzato e ho detto al Pm che rinunciavo alla prescrizione, perché volevo ottenere una piena assoluzione».
Obiettivo raggiunto?
«Obiettivo centrato, anche se ci sono voluti dodici anni. Del resto, avrei considerato la prescrizione un finale ingiusto: io con quelle accuse non c’entravo, non ne sapevo nulla, nemmeno avevo avallato eventuali comportamenti illeciti di qualcuno nel partito. Nulla di nulla».
Vuol dire che lei non conosceva il sistema dei finanziamenti illeciti?
«Ma no, lo conoscevo, sia pure a grandi linee, come tutti. Bettino Craxi però fu l’unico a prendersi pubblicamente le sue responsabilità».
Com’erano i rapporti con Bettino in quegli anni difficili?
«Non buoni, perché lui sosteneva che il Psdi e il Psi dovessero fondersi per battere il Pci, io ero contrario. Infatti, l’unificazione avvenuta negli anni Sessanta era fallita sul piano de voti. Poi per lui cominciò la lunga stagione degli avvisi di garanzia».
Vi siete più sentiti negli anni di Hammamet?
«No. Lui sapeva che stavo dalla sua parte. Del resto, i rapporti personali erano quelli che erano».
Adesso ha nostalgia del Psdi?
«Veramente un nostro ex deputato sardo, Giorgio Carta, ha rifondato nei mesi scorsi il Psdi».
Soddisfatto?
«Apprezzo. Però io ho 81 anni, sto lontano dai palazzi della politica, presiedo la fondazione Filippo Turati e coltivo la memoria. Tutti parlano della Dc che salvò l’Italia nel ’48. Ma così si dimentica il contributo decisivo di Giuseppe Saragat e del Psdi. Con la scissione di Palazzo Barberini, Saragat portò un 7 per cento di voti alle forze democratiche».
La lezione di Mani pulite almeno è servita a migliorare il Paese?
«Non mi pare. La politica ha sempre costi enormi e l’attuale classe dirigente mi pare inadeguata. Da una parte e dall’altra».