La carità che finanzia l’odio

Nella storia del nostro Paese, come in quella europea, abbiamo numerosi e tragici esempi dei danni e dei mali che può provocare il fanatismo religioso: persecuzioni, stragi, torture, guerre, violenze tanto più feroci quanto più venivano giustificate con la difesa della fede, della verità, di Dio, e ricompensate con la promessa della vita eterna. Non lo ricordiamo più, né teniamo in considerazione il problema, perché da allora sono passati secoli. Secoli in cui le Chiese cristiane e gli Stati sono venuti a patti con la ragione, la scienza, la civiltà e la libertà degli individui. Gli imam terroristi e istigatori all’odio riportano nelle nostre società un germe che credevamo scomparso, quello della lotta religiosa fino al sangue, da profondere con gioia e abbondanza. E può accadere così, nel tessuto sociale, quello che accade in un corpo umano quanto viene aggredito da un virus nuovo o che si credeva scomparso: l’organismo non sa difendersi dalla malattia, perché la ignora, e ne viene piagato e ucciso.
I più esposti al contagio sono, ovviamente, gli islamici miti e non fanatici che frequentano le moschee come luoghi di culto e si ritrovano in scuole di odio se non addirittura di terrorismo. Quella di Ponte Felcino, come in altri casi era un centro di reclutamento alla guerra santa contro i cristiani, l’Occidente: contro di noi, il popolo che ha accolto gente di fede e cultura diversa, fino a dare un contributo economico proprio a quelle moschee. «Sono stati sventati rischi molto concreti», ha detto il ministro dell’Interno Giuliano Amato, «e si conferma la necessità di mantenere sempre alta l’attenzione verso luoghi che dovrebbero essere solo di attività religiose».
Più che il reclutamento di possibili terroristi e kamikaze, più del rinvenimento di materiale utili a fabbricare esplosivi, credo colpisca la nostra coscienza soprattutto l’insegnamento tenuto a un gruppo di bambini - bambini, dico - per incitarli a avere un comportamento aggressivo verso i coetanei italiani, allo scopo di mostrare la «naturale» superiorità dell’Islam verso il mondo cristiano. Insomma, si insegnava a quei bambini a odiare e disprezzare, in nome di una presunta superiorità religiosa, per farne domani un’arma contro di noi. E chi progettava questo obbrobrio non si sentiva malvagio, ma giusto e santo.
Non c’è tanto da stupirsi poi se un numero sempre maggiore di italiani considera con sempre maggiore sospetto tutti i musulmani. C’è stata una coincidenza indicativa, in proposito: lo stesso giorno della scoperta dell’attività terroristica nella moschea umbra, a Rimini un ubriaco si è quasi amputato una mano, ed è morto dissanguato, rompendo il vetro di una porta per aggredire alcune ragazze. Ebbene, i lanci di agenzia e i primi telegiornali davano per certo che si trattasse di un marocchino, come marocchini erano i frequentatori della moschea: si è saputo solo dopo che si trattava di un milanese, italianissimo. I musulmani che vivono tranquillamente la loro religione o che non la praticano affatto, di certo soffrono per simili equivoci, e si sentono coinvolti in qualcosa di cui non sono responsabili. Invece i vari imam, e i loro seguaci, sostenitori della Jihad, di certo ne sono soddisfatti, perché non vogliono musulmani «buoni» che si integrino e vivano in pace. Vogliono musulmani che si sentano emarginati e sospettati, perché si carichino di odio e diventino facile preda del loro proselitismo. Meno della metà dei musulmani residenti in Italia frequenta le moschee, e un mezzo per riportarli all’ovile è accrescere la naturale diffidenza fra popoli, etnie e religioni diverse, facendola diventare odio reciproco. Anche attraverso i bambini.
Contro questi seminatori di odio deve essere usata la massima durezza da parte dello Stato. Ma non basta. Lo Stato, molti comuni, molte province, molte regioni finanziano con generosità moschee e organizzazioni islamiche senza badare troppo in quali tasche finisca quel denaro e per quali scopi venga usato. È un bel principio cristiano il donare senza chiedere «chi sei» e «cosa ne farai». Ma, in presenza di organizzazioni religioso-criminali, il principio deve essere lo stesso che si applica non alla carità e agli aiuti sociali, ma agli appalti e alle opere pubbliche, per evitare di finanziare mafia e camorra.
Giordano Bruno Guerri
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