Caro Tettamanzi, il prossimo tuo sono io

Inaccettabili e volgari gli attacchi al cardinale, ma è giusto chiedergli di rappresentare la civiltà cristiana nella società di oggi. Intanto a sinistra circola una nuova tesi: gli italiani sono razzisti verso neri, gay ed ebrei da quando votano il centrodestra

Da quando votano Berlusconi, Bossi e la destra senza Fini, gli italiani sono considerati dalla stampa un popolo razzista. Razzisti verso i negri, i froci, i giudei. Ma anche verso i drogati, gli avanzi di galera, i terroni e le puttane. È la tesi che percorre i libri di Gianantonio Stella, Gad Lerner, e i loro numerosi recensori. Ma il loro massimo ideologo è Checco Zalone. Si deve infatti al comico pugliese una godibile satira dei pregiudizi degli italiani su padani, terroni, negri, ricchioni, drogati. Il suo film, Cado dalle nubi, assai naive, è più efficace e fresco delle paginate che i massimi quotidiani italiani, riveriti autori e vari editori pubblicano in questi giorni su xenofobia e omofobia. Le battute di Checco Zalone sono più incisive di quella del presidente della Camera che ha scoperto nell’infanzia dei suoi 57 anni che nel presepe ci sono extracomunitari: se è per questo, anche Gesù Bambino, i suoi genitori e i Re Magi erano extracomunitari. A Fini sfugge la location del presepe, che non è l’Unione europea ma Betlemme.

La trovata di Checco Zalone è semplice: fa parlare un ragazzo d’oggi con le parole ingenue e i modi di pensare diffusi fino a pochi decenni fa, quando erano anzi senso comune, non solo al sud; l’effetto comico sgorga naturale da questo piccolo anacronismo. Non è però del film di Checco Zalone che voglio parlare ma della tesi di fondo, soprattutto nel libro di Stella, passato dalla Casta dei governanti a fustigare la Razza dei governati. Episodi d’intolleranza non mancano e Stella da bravo inviato li sa ricostruire con perizia e dovizia. Stella non si ferma al caso italiano ma parla del razzismo come di una piaga eterna e universale («l’eterna guerra contro l’altro», recita il sottotitolo). E questo dovrebbe già farlo riflettere: se quel che lui chiama razzismo esiste da sempre ed è diffuso ovunque, non gli viene il sospetto che gli episodi di intolleranza siano distorsioni, degenerazioni, di un’indole naturale e universale, umana molto umana? Quel che lui legge come odio verso chi non è come noi, odio verso l'altro, il diverso, è un sentimento deviato in timore e rancore, che in taluni muta in intolleranza. Quel che invece è comune è la naturale, universale, umanissima preferenza verso chi senti più vicino a te, tua madre o tuo figlio, i tuoi amici da una vita, i tuoi compaesani. Perché si deve colpevolizzare quest’amore riducendolo alla sua degenerazione? Tutte le società reggono su questa elementare, spontanea preferenza. La fraternità comincia da tuo fratello, l’amore comincia da chi ami, la carità da chi ti è più caro. Nessuna ideologia progressista, nessun senso civico mi spingerà mai a considerare equivalente la premura che nutro per mio padre e quella che dovrei nutrire per un povero marocchino; o addirittura mi spingerà a rovesciarla, preferendo l’amore per il lontano, per il diverso, per l’estraneo, rispetto all’amore per il vicino, il proprio figlio o con-sorte. Già l’amore per il prossimo indica la prossimità come primo livello di dedizione, non certo la lontananza. E l’amor patrio è un sentimento sano e salutare, nasce da un amore per il nostrano, non da un odio per il loro. Secondo tema, anche questo umanissimo: la paura. Non possiamo negare che nelle società multirazziali e transessuali scatti la paura per l’ignoto, per l’estraneo, per chi mette a repentaglio le sicurezze di una vita, non solo patrimoniali ma anche affettive: il nostro paesaggio, i nostri valori, i nostri usi e costumi. È un errore lasciarsi guidare dalla paura, è vero, e dalla percezione di insicurezza: ma è un errore più grave punire la paura e deludere la richiesta di sicurezza.

Qui vengo al nodo della questione, e mi rivolgo a Stella e a tutto il firmamento che lo accompagna: ma quanti episodi di razzismo nascono dall’aver trascurato questa diffusa esigenza di sicurezza, dall’aver negato e demonizzato il desiderio di sentirsi rassicurati e riconosciuti nella propria identità? Quanta intolleranza ci saremmo risparmiati se avessimo riconosciuto piena cittadinanza al sentimento comunitario e identitario, anziché lasciarlo inselvatichire e poi crescere negli angoli bui e negli spiriti animali? Sono le identità ad armare i razzismi o piuttosto la loro negazione? Amare le identità non vuol dire armarle. E così, quante sacrosante difese della famiglia vengono catalogate e poi demonizzate come omofobia; e così, esasperate, frustrate, finiscono davvero per incanalarsi in quella direzione? Invece se si riesce ad accogliere culturalmente l’identità o la comunità, se si rispettano le radici proprie, si è poi in grado di riconoscere e rispettare quelle degli altri. Riconoscete alla famiglia lo statuto di base portante della società, tutelatela davvero; e poi potrete esigere che vengano riconosciute e rispettate le altre scelte nella vita privata. L’importante è maturare un istinto naturale in una scelta civile e culturale, non lasciarlo al basic instinct della bestialità di gregge. Prendete la polemica sul cardinale Tettamanzi. Il linguaggio usato, i paragoni compiuti nell’attaccarlo, sono stati volgari e inaccettabili: ma la richiesta che l’erede di Sant’Ambrogio rappresenti in primo luogo la civiltà cristiana e la religione cattolica, mi pare sacrosanta, tutt’altro che infondata.

Come vedete, non ho nemmeno sfiorato l’argomento, pur fondato, che certi timori diffusi nascono da episodi accaduti, da comportamenti frequenti o da delitti realmente compiuti. Mi limito solo a notare che chi invoca ossessivamente la legalità e le regole poi inveisce contro chi vuol fare rispettare la legalità e le regole anche per l’immigrazione clandestina. Si introducono perfino reati d’opinione per idee politicamente scorrette, mentre si depenalizzano i reati per comportamenti scorretti, illegali e realmente lesivi. Si puniscono le opinioni, non i reati. Torno infine a Checco Zalone: la sua ridente denuncia di xenofobia, omofobia e terronofobia ha un merito doppio. Non solo è più lieve e divertente del filone intellettuale e politico parallelo, ma mostra anche l’altro punto di vista, ovvero il candore, l’umanità di chi coltiva quei pregiudizi sulla pelle, sul sesso e sul sud; salvo poi essere tenero, fraterno e affabile verso checche, negri, drogati, padani e terroni. Perché il pregiudizio riguarda categorie, ma poi la vita vera ti fa diventare amico per la pelle di un negro, suocero padano di un terrone e cugino affezionato di un ricchione.