La Cassandra dei giorni nostri è un’eroina solitaria che sa vivere

Nella lettura proposta dalla Vergani nessun riferimento alla tragedia greca

Valentina Fontana

Profetessa inascoltata, antico mito che attraversa i secoli tra le pagine di Omero, Eschilo, Boccaccio, Chaucher, per poi radicarsi nella letteratura moderna, soprattutto inglese e tedesca. Rivive Cassandra, profetessa di Apollo, veggente non creduta, testimone e interprete della guerra di Troia e dello scatenarsi degli dei contro gli Atridi. Rivive nella scrittura tutta femminile di Christa Wolf, trasportata in teatro dall'intensa interpretazione di Elisabetta Vergani diretta da Maurizio Shmidt, fino al 26 marzo al Teatro Verdi. Della Cassandra veggente e profetessa di sventura creata dal teatro tragico, in questa prima milanese non v'è traccia, proprio perché Cassandra rivive sul palco attraverso le parole del famoso romanzo della Wolf, per ciò diventa la donna che sa prevedere il futuro solo perché vede il presente, perché è l'unica in grado di guardare la realtà e capire la fine della guerra di Troia.
«Un cult book da diverse generazioni - sottolinea la Vergani -, ormai la gente si divide fra chi ha letto il libro della Wolf e chi no. Pare abbia cambiato la vita a molte persone per quella storia di Cassandra che si presenta e si scopre così moderna nella sua drammatica estraneità a quello che dovrebbe essere il suo mondo. Non solo, anche per quella scrittura così femminile, mai femminista, che sempre coinvolge».
«Per questo - continua la protagonista - è rinata in teatro Cassandra di Christa Wolf, in una riduzione che rimette in linea quello che nel romanzo non lo era. Parlo di riduzione perché nel nostro spettacolo sono state riprese fedelmente tutte le parole della Wolf, tutta la storia di una donna capace di anticipare il futuro perché semplicemente attenta a guardare il presente. Cassandra conosce il destino della gente di Troia e quando proverà a raccontare ciò che l'aspetta, si troverà vittima del suo stesso destino. La storia è quella di una sacerdotessa ormai senza fede. La scena si apre con l'autrice, che, di fronte alla Porta dei Leoni di Micene interroga quelle rovine e nello spazio di un tramonto incontra la profetessa di sventura nel momento in cui sta andando alla morte. La Wolf entra in contatto con Cassandra, si identifica con lei, per poi tornare nel suo tempo».
«Cassandra è una telefonata all'antichità - scrive la Wolf -, si crea un legame tra due donne al di là del tempo. La storia di Cassandra le si rivela come il percorso della dolorosa accettazione dell'estraneità del proprio mondo: quello che è il destino di una donna veggente solo perché disposta a guardare davvero il presente quando nessuno lo fa più. Davanti alla guerra ritenuta da tutti una necessità, Cassandra si sentirà dapprima smarrita e si perderà nella malattia alla ricerca di quella voce che possa dire il pericolo che vede; ma poi si ribellerà ai suoi compiti di sacerdotessa di palazzo e vedrà che ad oscurare le menti è la logica di false alternative su cui si basano le guerre. Sarà un grido pieno di dolore: tra uccidere e morire c'è una terza via, vivere. Quello che nessuno sa più fare».