«Castelli fratelli» per salvare il maniero di Cusago

D’accordo, Eulalia Torricelli, che aveva tre castelli tutti ugualmente in forma, non è mai vissuta a Milano, ma c’è più di qualche meneghino sbalordito per la sorte del castello di Cusago, gemello trasandato del castello Sforzesco e del Gevanello di Vigevano. Di sicuro un poì più dimenticato.
Così la giornalista Simona Borgatti insieme al marito Andrea Pellicani, architetto, designer e autore delle illustrazioni, è partita in una crociata di salvezza nei confronti del «povero» Cusaghino, scrivendo il libro Castelli fratelli, edizioni La Memoria del Mondo, Magenta, che sarà presentato mercoledì alle 18,30 al Bobino Club di piazza Cantore, luogo frequentatissimo dai giovani. Sarà un duplice debutto: sia per il volume, sia per la neoassociazione culturale «Milano da vedere», che ospita l’evento.
Cosa ha dato il via a questa campagna per riportare alle sue gloriose effigi il maniero, ridotto a una cascina intrappolata come in un maleficio dalla vegetazione ma soprattutto dalla dimenticanza? Come in una fiaba di rispetto, la scarpina cenerentolesca di Beatrice d’Este, conservata nel museo della Calzatura di Vigevano.
Edificato nel XIV secolo, sui resti di una fortificazione longobarda, da Bernabò Visconti che lo usava come casina campestre per le sue battute di caccia silvestri e amorose, passò in seguito ai suoi successori, tra cui Filippo Maria Visconti, che per raggiungerlo fece costruire il canale Naviglietto su cui la corte si spostava in barca, e gli Sforza. Ludovico il Moro, al quale si devono le più sfiziose opere d’abbellimento del Cusaghino, lo donò alla moglie Beatrice d’Este nel 1494. A lei seguì in qualità di castellana un’amante del Moro, Lucia Marliani.
Quindi arrivarono i Casati Stampa, che tennero le storiche stanze turrite fino al 1973, quando passarono insieme alla villa di Arcore nelle mani di Silvio Berlusconi, che nel 2003 le cedette alla società «Il Castello di Cusago srl».
Ma nel frattempo la salute del palazzo non riprende, anzi il suo degrado precipita in attesa di un buon Samaritano che potrebbe arrivare, si spera, nel 2012.
«Attualmente - dice Simona Borgatti - ci sono alcuni privati che stanno portando avanti delle trattative. Ci auguriamo che vadano a buon fine, ma ci auguriamo soprattutto che sia buona la futura destinazione d’uso di questo splendido luogo». La Borgatti ha anche radunato un comitato di volontari che diano un sos definitivo per porre una mano fatata ma concreta su un’opera d’arte, dal destino avverso di tante altre bellezze italiane che si sgretolano lentamente a causa della nostra indifferenza del patrimonio del passato.
A soli tre chilometri da Expo 2015, inserito in una cornice boschiva e naturale d’incantevole attrazione, il Cusaghino attende.