La censura talebana all’inferno di Maometto

È vero che l'abitudine alla violenza e all'orrore, se non scalfisce l'indignazione, ci rende però meno sensibili e meno disponibili allo stupore; ma, quando mi sono state fatte conoscere le dichiarazioni di un importante esponente della Quercia (benché indebolita) bolognese, e di un autorevole docente della Facoltà di Scienza delle Comunicazioni, sono rimasto molto colpito e, oltre che indignato, incredulo. Già più di dieci anni fa qualche esponente della comunità musulmana aveva, non senza destare preoccupazione in tempi meno difficili di questi, manifestato l'intenzione di cancellare, nella Basilica di San Petronio, l'affresco di Giovanni da Modena in Cappella Bolognini, ove si vedeva Maometto mortificato e umiliato da un diavolo intento a deturpargli il volto, come descritto nel canto XVIII dell'Inferno.
La protesta e la minaccia avevano determinato unanimi reazioni di sdegno e di tutela non solo dei valori cristiani, ma soprattutto di quelli artistici. E io ricordo di aver manifestato con altri, oltre al cardinal Biffi, la più ferma condanna per un atteggiamento di cui non avevo memoria prima di allora. Assai difficile pensare che per ragioni religiose si potesse pensare di distruggere un'opera d'arte con la sensibilità moderna così attenta alla conservazione del patrimonio artistico.
Ma ancora più sorprendente che, dopo la crescita esponenziale della violenza, motivata da fanatismo religioso, le stesse dichiarazioni, lo stesso atteggiamento distruttivo e iconoclastico dei musulmani sia sostenuto da due intellettuali italiani con i medesimi argomenti. Merighi ha dichiarato che milioni di musulmani sono insultati da quest'opera e Roberto Grandi ha confermato la legittimità delle osservazioni di Merighi. Fatico a credere che persone con responsabilità politiche e istituzionali come Merighi e Grandi abbiano potuto senza vergogna pensare e dire che l'affresco con l'immagine di Maometto in San Petronio a Bologna è offensivo per milioni di musulmani e merita di essere censurato o distrutto.
Questa pratica della censura per una ragione o per l'altra e sempre con una motivazione religiosa, in Occidente e in Italia, mi sembra inquietante. Cancellare, negare la storia, ferire o alterare una parte della mirabile Basilica di San Petronio è comunque un gesto barbaro, a metà strada tra il comportamento dei nazisti e quello dei talebani. Tutto ciò che sta in San Petronio è consegnato alla storia, che non si può processare, ma semplicemente osservare con il diverso spirito dei tempi. La condanna di una espressione artistica, ispirata all'inferno di Dante, non è comprensibile né accettabile nella colta e civile città di Cesare Gnudi, Francesco Arcangeli, Ezio Raimondi, Carlo Volpe, Angelo Guglielmin che hanno educato all'arte e alla storia. La prospettiva dei musulmani rispetto all'argomento, di per sé fallace, e adottata da due intellettuali occidentali (e cittadini bolognesi) appare mostruosa, come di chi non patisca ma faccia un attentato. Distruggere l'affresco di San Petronio, con le motivazioni di Merighi e di Grandi, equivale a un atto di terrorismo.
Non si può censurare il passato. Non si può processare la storia. Tutto ciò che è nella Basilica di San Petronio, come in tutte le chiese italiane, non ha soltanto un significato religioso e un rilievo storico artistico, ma è consegnato alla storia e deve essere rispettato e considerato come testimonianza di un'epoca. Misurarlo con la sensibilità di oggi, non considerarne il collegamento con le posizioni di Dante (a cui l’affresco bolognese è ispirato) significa assumere la posizione dei barbari e ancor peggio di chi crede di potere agire contro l'uomo e contro il pensiero dell'uomo in nome di Dio. I tempi ci avrebbero preparati anche a questo inaccettabile fanatismo. Ne rimane terribile testimonianza nell'immagine esibita provocatoriamente dei Buddha di Bamyan fatti saltare con l'esplosivo dai talebani, per dimostrazione e disprezzo e di insensata potenza.
Un gesto dimostrativo, gratuito, non essendovi più un solo buddista in tutto l'Afghanistan. Soltanto un relativismo idiota, da parte di due occidentali (ma ci provò anche Rondolino) per insensatezza può trovare giustificazioni e anzi motivazioni ad atteggiamenti e comportamenti come questi. Essi, con diverse motivazioni, hanno lo stesso fondamento della violenza nazista. Come pensare che due ragionevoli occidentali, educati nelle scuole italiane, con alte responsabilità possano essere arrivati alle stesse posizioni dei nazisti e dei talebani? Abbiamo motivate ragioni di essere turbati e preoccupati.
Vittorio Sgarbi