Chi è pericoloso non va identificato con il suo popolo

Nel 1968 Fausto Leali cantava la versione italiana di «Angeli negri», un vecchio brano cubano - «Angelitos negros» - interpretato circa otto anni prima da Don Marino Barreto jr. Il testo parlava di un pittore di Madonne a cui si rivolge un «coloured», una persona di colore, pregandolo di raffigurare almeno un angioletto nero vicino alla Vergine bianca (Pittore ti voglio parlare / mentre dipingi un altare. / Io sono un povero negro / e d’una cosa ti prego. / Pur se la Vergine è bianca / fammi gli angioletti negri. / Se tu dipingi con amor / perché disprezzi il mio color?).
La canzone, candida e strappalacrime, voleva sottolineare l’uguaglianza tra uomini con un testo che oggi nessuno si azzarderebbe più di cantare: il termine «negro» è considerato politicamente scorretto e da tempo è stato sostituito con il più morbido «nero», soluzione si fa per dire visto che continua a produrre farfugliamenti o balbettii poco convinti da parte di chi lo pronuncia. Un sito, (http://www.leparolelascianoimpronte.org), spiega una verità lapalissiana ma spesso ignorata, cioè che il mondo è fatto di parole che possono salvare o condannare secondo come le si usa. Chi lavora nell’informazione lo sa, ma spesso se ne dimentica. Il racial profiling - abolito nella stampa internazionale da tempo - è un concetto che ancora persiste nei media italiani, più per una forma di automatismo o di superficialità che di malafede. Un esempio?
Quando un cittadino di nazionalità albanese o marocchina commette un reato, non viene identificato con il suo nome e cognome, bensì con l’appartenenza etnica. Titoli come «Romeno stupra ragazza» oppure: «Peruviano a capo di una baby gang», sono all’ordine del giorno. In questo modo, più che il responsabile del reato, è un’intera identità collettiva che viene colpita e presa di mira. Identificando un individuo socialmente pericoloso con un popolo o una nazione, il rischio è di dare un’informazione distorta, discriminatoria e generatrice di paure infondate.