La Chiesa usa parole dure? È per farsi capire

Ho letto con molto interesse il pezzo di Carlo Maria Lomartire su «Il linguaggio politico della Curia». L’ho condiviso quasi tutto, fino in fondo, riga per riga e, mentre avanzavo nella lettura, mi ci riconoscevo. Lei si «indigna» (sto esagerando, lo so) per il linguaggio esplicito e politico che userebbero attualmente alcuni prelati importanti della Curia milanese. Dove sarebbe il problema?
Se possono intervenire perché la Chiesa cattolica è una società di persone, legate da comuni credenze e da comune escatologia, possono e devono - di conseguenza - usare i termini che sono maggiormente utilizzati e che sono pertanto più efficamente comprensibili dalla maggior parte delle presone. Bollare alcuni comportamenti come «fascismo» e/o «razzismo» non è un reato, ma rappresenta l’intenzione di rendere esplicito e crudo un messaggio che è politico. Si potrebbe affermare che un comportamento (fare i fascisti o i razzisti) è contro la legge dell’amore verso il prossimo; forse sarebbe equivalente e sufficiente. Ma non ci sarebbe l’impatto reale che si vuole ( e si deve) invece raggiungere. E che, forse, sveglierebbe di meno le coscienze. Il linguaggio del Vangelo e della Bibbia (molto spesso durissimo: Cristo non era affatto «tenero» quando si rivolgeva ai Farisei, ad esempio) lo devono usare tutti coloro che affermano di essere seguaci di tali insegnamenti.
Non cambia la mia opinione sia sul cardinale Carlo Maria Martini sia sull’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, anche se usano termini diversi quando trattano le categorie della politica e del vivere collettivo. Hanno due carismi differenti? Certamente: lo si vede e lo si nota. Pertanto uno è primo e l’altro secondo? Secondo quale criterio? Perché uno parla con un linguaggio che «secondo me» non gli si addice? Eddai…
Tutto qui. Non c’è come sigillare una lettera per aprirla e volerla riscrivere. Ma non lo faccio.