Chinatown, la "lista" dei lavori in nero i cinesi la comprano ogni giorno al bar

Caporalato in via Messina. L’elenco degli impieghi scritti su una fotocopia in vendita a trenta centesimi Centinaia di asiatici si mettono in fila tutte le mattine per procurarsi il foglio

Il foglio di Qui Zhi è quello «buono», come dice lui. Lo tiene stretto in una mano, mentre con l’altra compone freneticamente un numero di telefono. Ce ne sono tantissimi sulla sua «lista», uno per ogni ideogramma indecifrabile a qualsiasi altra persona che non sia un orientale. Via Messina, ore 9 del mattino. Ecco la via del caporalato cinese, nel cuore di Chinatown, a qualche metro da Paolo Sarpi. È qui che ogni giorno centinaia di uomini e donne cinesi si affollano davanti alle serrande di un Internet Point o di qualche altro negozio di riviste o dvd per asiatici in attesa di poter ricevere una fotocopia con l’elenco delle offerte di lavoro per qualche ora o poco di più. Come lavapiatti, camerieri, cuochi, parrucchiere, maglierie, divisi per categorie e sesso. In nero. Bastano 30 centesimi per avere quel pezzo di carta, se lo chiedi te la danno anche al bar vicino all’incrocio di via Procaccini, dopo il caffè.
Tutto accade verso le otto del mattino quando iniziano ad arrivare i primi cinesi. Alcuni sembrano venire da chissà dove con una valigia appresso e l’aria di chi non sa nemmeno in che posto è capitato. Altri invece, i più esperti e rapidi, hanno già trovato gli elenchi freschi di stampa e cominciano la questua al cellulare. Perché in fondo è anche una questione di velocità: le possibilità di avere un impiego aumentano se trovi subito la linea libera e bruci sul tempo la concorrenza. Sono quasi le nove e i capannelli di cinesi si infittiscono da un lato e dall’altro della strada. Fumano, sputano per terra, guardano l’orologio e si mettono in fila davanti alla saracinesca del civico 15. È questo uno dei tre punti in cui viene distribuita la «lista», il migliore, assicurano i bene informati. E a giudicare dalla quantità di persone che ci sono, ci sono buone ragioni per creare che sia davvero così. Aspettano solo che la serranda si alzi di quel poco per potersi infilare e in un momento scompaiono.
«Ristorante, cuoco, magliette, fabbrica», dice Lin Xiao Di mentre cerca di spiegare in una lingua tutta sua, tra italiano e cinese cosa c’è scritto sulla fotocopia. «Qui lavoro senza documenti, vai in fabbrica oppure cameriere», continua il cinese. Viene dallo Xichuan, è arrivato in Italia un anno e mezzo fa. Ha trentatré anni e l’aspetto di chi non riesce a guadagnarsi una manciata di euro da parecchio. L’unica sua speranza è venire qui, in via Messina, ogni mattina e ogni mattina mettersi al telefono. «Sono cinque mesi che aspetto una risposta per un posto», racconta mentre aspetta che i suoi colleghi escano dal negozio. Gli ideogrammi sul foglio indicano che alcuni lavori sono solo per donne, altri invece per gli uomini. «I capi sono italiani o cinesi. Dipende», dice Lin. E ha ragione: tra i numeri di cellulare scritti sull’elenco, ci sono anche quelli con un prefisso italiano. Di Milano, Reggio Emilia, Padova, Vicenza e di quelli che assicurano di voler prendere solo i regolari. Ma la risposta è quasi sempre la stessa: «Italiano? Non va bene. Noi prendiamo solo cinesi» dice una voce dall’altro capo del telefono. «Siamo ristorante asiatico e abbiamo bisogno di un lavapiatti cinese. In ogni caso il posto non c’è più. Abbiamo già trovato una persona». Tutta colpa della mia lista: sono italiana e non ho preso quella «buona», mi rimprovera scherzando Qui Zhi.