Chinatown, un'enclave che si espande con le sue leggi

La Chinatown milanese lievita, s'irraggia, si espande in tutte le direzioni, anche nel sottosuolo. Il sordido e disumano albergo, si fa per dire, scoperto in via MacMahon dalla polizia rientra negli schemi classici di sfruttamento intensivo sperimentati dalla malavita cinese in tante parti del mondo. Il sottosuolo «colonizzato», fra scantinati e cunicoli, per ospitare moderni schiavi, giunti da noi legalmente o irregolarmente, costretti a vivere e a lavorare in spazi dal respiro ristretto. Persone schiacciate innanzitutto dall'abitudine ad antiche servitù consolidate nel tempo.
Crescono anche le mafie che vengono da lontano. Per anni e anni i peggiori immigrati cinesi hanno lavorato in silenzio, forti di una separatezza e di un'impenetrabilità che li ha resi praticamente invisibili. Con i loro bordelli, con le loro bische, addirittura le loro cliniche, con le loro «pensioni» e i laboratori improvvisati per costringere intere famiglie a faticare anche più di sedici ore al giorno per un misero salario. Per anni nulla abbiamo visto e nulla abbiamo sospettato, adesso constatiamo che è reale anche da noi quel che è stato scoperto nelle comunità cinesi della Toscana e di altre zone. Non si tratta più soltanto dei fastidi dovuti al carico e scarico di merci in via Paolo Sarpi, siamo ben oltre. Siamo di fronte a forme incivili di convivenza che organizzazioni spietate hanno creato lontano dai nostro occhi e che taluni episodi di violenza - omicidi, sequestri, rapine - hanno fatto affiorare di tanto in tanto. Oggi non abbiamo più alibi, sappiamo quali infezioni possono averci colpito, trasformando una parte del nostro tessuto urbano in qualcosa di lontano dai noi.
Sappiamo, soprattutto, che nessuna comunità d'immigrati può costituire un’enclave retta da leggi barbare e a noi estranee. Milano accoglie, ma non può subire tutto.