Chrysler: ora la parola al giudice, Fiat ha carta bianca sui contratti

Cominciate le udienze alla Corte della bancarotta. I vantaggi per
Torino E domani vola alla volta degli Stati Uniti una squadra di
manager

Il tempo di rientrare a Torino, dopo la benedizione dell’operazione Chrysler da parte della Casa Bianca, e subito un nuovo gruppo di manager Fiat si prepara a tornare al di là dell’Atlantico. La delegazione che domani partirà da Caselle alla volta di Detroit è composta da Harald Wester, Stefan Ketter, Lorenzo Ramaciotti e Pietro Gorlier, rispettivamente a capo di ingegnerizzazione, stabilimenti, Centro stile e distribuzione/servizi del gruppo. Per loro sarà una prima presa di contatto con la realtà Chrysler, dove intanto il vicepresidente esecutivo Tom LaSorda ha rassegnato le dimissioni, allo scopo di mettere a punto le priorità quando, finita la «quarantena» del fallimento pilotato, sarà delineata la struttura della nuova casa automobilistica sotto l’egida italiana. Da parte Usa, intanto, sono già iniziate le udienze davanti alla corte della bancarotta di Manhattan. I legali di Chrysler hanno già annunciato la presentazione di una mozione per cedere tutte le attività al Lingotto, precisando che otto fabbriche - tra Michigan, Ohio, Missouri e Delaware - resteranno fuori dall’accordo. I 4.800 dipendenti hanno ricevuto garanzie sul loro reimpiego in altri impianti. Nel dossier presentato al giudice è sottolineato in particolare come, grazie all’intesa con Fiat, saranno salvati oltre 5mila posti. Tutti i siti del gruppo intanto sono stati fermati. E sempre nel fine settimana i legali di Chrysler hanno compilato la richiesta per ottenere 4,5 miliardi di dollari dal governo. Domani è fissata la nuova udienza.
«Abbiamo bisogno di andare avanti - ha affermato Corinne Ball, uno degli avvocati -, di proteggere il nostro valore e di rassicurare i clienti». Il giudice, in proposito, ha già concesso l’utilizzo del sistema di cash management, strumento che permette di controllare in tempo reale le entrate e le uscite di cassa e di banca per gestire al meglio la tesoreria dell’impresa. E questo mentre Chrysler Financial ha comunicato ai concessionari di aver cessato l’erogazione di prestiti agli acquirenti di vetture; le sue attività di finanziamento, infatti, sono state rilevate dalla società Gmac. Nel piano di riorganizzazione presentato da Chrysler al tribunale, tutti gli asset principali confluiranno in una società di proprietà dei suoi lavoratori (il sindacato Uaw è stato assistito dallo studio legale internazionale Cleary Gottlieb), di Fiat e dei governi Usa e canadese, ed è stato anche ricordato che ci vorranno tra i 30 e i 60 giorni per il completamento del progetto. Su questo piano, l’unico capace di evitare la liquidazione di una delle tre icone dell’auto Usa, dovrà pronunciarsi la Bankruptcy Court. Il ricorso per Chrysler al cosiddetto Chapter 11, l’equivalente in Usa della nostra amministrazione controllata (in pratica la società continua a esistere e produrre, ma tutti gli impegni verso terzi possono essere rinegoziati con maggiore flessibilità), apre per l’indotto torinese importanti opportunità. La ripartenza, infatti, vedrà riscrivere su un foglio bianco i vari contratti di fornitura: quali eventualmente mantenere e quali sottoscrivere ex novo. Preoccupazione, in tal senso, è stata espressa dai componentisti giapponesi, già clienti di Chrysler, e il governo di Tokyo ha affermato che «vigilerà sui possibili effetti negativi del fallimento pilotato della casa Usa».
A Torino, intanto, si guarda anche alla composizione del futuro consiglio di Chrysler. Due i nomi sicuri finora: Sergio Marchionne, nel ruolo di ceo, e Alfredo Altavilla. Per la terza poltrona sarebbero in ballottaggio Harald Wester e Stefan Ketter.