Cirano ha il naso lungo, parola di D’Elia

Matteo Failla

Se dovessimo paragonare questo spettacolo a una fiaba non potremmo fare a meno di citare “Cenerentola”; come non trovare del resto punti di contatto tra quest’ultima e la storia di una compagnia teatrale che mette in scena un innovativo Cyrano de Bergerac partendo da un piccolo teatro, ma che arriva a creare uno spettacolo ormai di culto.
Onore al merito va dato a Corrado D’Elia, regista e protagonista del Cirano di Bergerac (volutamente senza la ipsilon, con spirito d’attualizzazione), ormai giunto al nono anno di repliche da tutto esaurito, che va in scena al Teatro Libero fino al 2 aprile, con un cast di attori in parte rinnovato. Il Cirano di D’Elia rimane sì un uomo eroico e virtuoso insuperabile della spada e della parola, ma l’intero racconto è spogliato dal romanticismo e dalle facili rime; e tradotto in prosa diventa lo specchio attualizzante di una concreta figura umana.
Come si spiegano questi nove anni di successi?
«Quando abbiamo iniziato non avremmo mai immaginato di poter arrivare a tanto – dice Corrado D’Elia -, siamo partiti da un piccolo spazio, da una semplice sala prove, e ora giriamo per tutta Italia con innumerevoli repliche; di “Cyrano” ce ne sono stati tanti, ma ciò che ha decretato il successo credo sia stato il “come” è stato affrontato il testo».
Si dice che lo spettacolo sia rivolto prevalentemente ai giovani, sei d’accordo?
«Assolutamente no. Lo dicono i giornalisti ma in realtà non è così. Certo il circuito Teatri Possibili e soprattutto Milano, con il suo Teatro Libero, ha un pubblico di giovani che va dai 25 ai 35 anni, ma ormai non è più così; con gli abbonamenti trasversali che esistono oggi lo spettatore è diventato più omogeneo. È uno spettacolo che piace a tutti, senza distinzioni d’età. È una storia fantastica e attuale che si è trasformato in un “cult”: ci sono persone che sono venute a vederlo quindici volte, e non solo a Milano, ma anche in città come Firenze e Roma».
Come ti è venuta l’idea di trasformare il testo in prosa?
«L’ispirazione è nata leggendo la traduzione in prosa di Franco Cuomo, senza preziosismi, senza “merletti” e parole trine. Da questa traduzione abbiamo creato un adattamento che lo stesso Cuomo, ormai diventato nostro amico, ha riconosciuto come valida. Anche se portiamo avanti da nove anni lo spettacolo gli attori provano tutti i giorni, il nostro Cirano è un “work in progress” che ogni anno gode di differenti piccole sottigliezze, e che spesso va in scena con attori nuovi che portano valore aggiunto: è uno spettacolo che teniamo vivo.
Considerando l’attualità del testo, c’è una categoria che oggi potrebbe ritrovarsi nel «Cirano»?
«Ripenso all’entusiamo dei nostri anni giovanili e alle nostre letture: penso che l’ultimo “Cyrano” sia stato Pasolini. Oggi non ne esiste uno, siamo sottomessi a una “non politica culturale”. Il nostro Cirano piace a chi ama sognare, a chi è interessato alle grandi storie, sa far ridere e pensare; ma non è un anarchico un po’ utopista come l’originale: per questo togliamo la y, perché è un uomo dei nostri giorni».
Assai curiosa rimane poi la scelta di una scena con un piano inclinato. Com’è nata l’idea?
«Ricordo che al debutto avevamo a disposizione un piccolo palco, e con il pubblico molto attaccato alla platea avevamo bisogno di trovare altri spazi, quindi abbiamo deciso di espanderci andando verso l’alto. In più la nostra è una versione quasi cinematografica del testo, nel linguaggio sicuramente, e ci serviva un uso differente anche del linguaggio delle immagini: in questo modo è come se lo spettacolo si vedesse su uno schermo».