La città delle statue: fantasmi di pietra raccontano Milano

Nel libro di Francesco Ogliari, verità e leggende sui monumenti che
popolano le nostre piazze. Dal «Sant’Ambrogio col corpo di donna» al
cavallo pigro di Missori, alle «Sirenette» del Sempione

Chi passa davanti al Palazzo dei Giureconsulti, in via Mercanti, può scorgere una curiosa statua di Sant’Ambrogio con sembianze decisamente «femminee». Dalla quale, a ben guardare, sembrano addirittura spuntare due seni. Il monumento, infatti, in origine rappresentava la Giustizia, personificata da una donna con la toga drappeggiata lungo il corpo. Ma quando la città passò per mano spagnola, la testa dell’effigie fu sostituita da quella di re Filippo II; e due secoli dopo, sotto l’impero napoleonico, da quella di Lucio Giunio Bruto. Fino a quando, caduto l’impero, toccò al volto del santo, nel 1833, installarsi sopra il corpo togato – e femminile - della Giustizia. Da qui il detto popolare: «Va’ el sant’Ambreus coi tett!». Non se la passa meglio, quanto a soprannomi, la scultura di Giuseppe Missori a cavallo. Inaugurata nel 1916 nell’omonima via, fu progettata dall’artista Riccardo Ripamonti, il quale, per far risaltare la «fierezza del personaggio», gli contrappose un animale dall’aria svogliata, indolente, un cavallo pigro insomma. Un dettaglio che non sfuggì ai milanesi, che ancora oggi per dare a qualcuno dello «sfaticato» lo rimproverano dicendo: «Te me paret el caval del Missori». E che dire del «Duce col turbante»? Probabilmente non l’avrete riconosciuto, ma tra i volti scolpiti tra le guglie del Duomo si nasconde anche quello di Benito Mussolini. Dopo la caduta del Fascismo, la testa fu modificata e resa pressoché irriconoscibile – come appare tuttora - con l’aggiunta di un turbante e della barba.
Miti, leggende, aneddoti, segreti: basta affidarsi alla tradizione storiografica o insinuarsi tra i racconti della gente, per accorgersi che la maggior parte dei personaggi rappresentati nelle statue milanesi ebbero un’esistenza più ricca e affascinante da morti che da vivi. Pensiamo alle due splendide cariatidi poste sulla facciata del palazzo liberty di via Bellini: pur essendo sconosciute, sono tra le opere più amate e fotografate. «Merito dell’architetto Sommaruga - spiega lo scrittore Francesco Ogliari, nell’interessante libriccino Statue di Milano -, il quale volle dar loro le sembianze della dea Pomona, facendone le più belle pin-up di tutti i tempi». Quanto a bellezze femminili, è impossibile scordare le «Sirenette» di parco Sempione. Costruite nel 1842 sopra un ponte in ghisa che sovrastava il fossato del Castello, per le forme seducenti ottennero subito il favore del popolo, diventando la meta serale di migliaia di innamorati che le ribattezzarono «le sorelle Ghisini». Quando la fossa fu interrata, le belle Sirenette «si trasferirono» al parco Sempione; ma l’incanto, ahimè, era svanito per sempre. Un destino simile toccò a un altro soggetto mitologico: il Serpente di Mosè. Si narra che il bronzeo rettile, giunto a Milano nel 1002 nelle mani del vescovo di Milano Arnolfo II, di ritorno da Costantinopoli, era lo stesso fatto forgiare da Mosè per difendere l’accampamento ebraico dai serpenti velenosi del deserto. Collocato su una colonna della Basilica di Sant’Ambrogio, dove tuttora si può ammirare, fu adottato dai milanesi, più pragmatici, come rimedio miracoloso contro i vermi dell’intestino.
Nemmeno gli angeli, a Milano, hanno avuto vita facile. Si pensi alla storia dell’Arcangelo Michele, ben ricostruita nel libro di Ogliari. La scultura in rame, eretta in cima al campanile della chiesa di San Gottardo in Corte (tuttora osservabile dal cortile di Palazzo Reale), aveva una particolarità: al minimo refolo di vento, ruotava su se stessa producendo un fastidioso stridìo. Al punto che il conte di Lautrec, governatore di Milano nel 1521, attribuì la scarsa fortuna dei francesi in Italia a quell’infausto cigolio che risuonava fin nelle stanze del Castello Sforzesco, tormentando il sonno dei soldati. Nella fortezza era tenuto prigioniero un giovane archibugiere, detto «il Bombarda»: il conte gli promise la libertà, qualora fosse riuscito con un colpo di cannone a staccare la testa del famigerato monumento. Il guerriero sparò senza indugio, e il cranio dell’angelo rotolò giù dal campanile. Non senza scatenare, da lì a poche ore, l’implacabile ira divina. Quella notte infatti il giovane guerriero, attirato dalle urla della futura sposa, raggiunse il cortile del castello scoprendo che i soldati, ubriachi, stavano approfittando di lei. Accecato dall'odio, orientò la bombarda verso la torre del Filarete, dove erano depositate le munizioni, e con un colpo la fece esplodere, causando la morte di 300 soldati. Fu dunque la vendetta dell’angelo, e non un fulmine come raccontano le cronache dell’epoca, a causare l’esplosione nel Castello, la notte del 28 giugno 1521. L’arcangelo recuperò la testa nel 1735; quanto alla torre, occorrerà aspettare quattro secoli prima che potesse essere ricostruita.