Cofferati smemorato sui lavavetri

Oggi, nel 2007, Sergio Cofferati, sindaco di Bologna, sui lavavetri non la pensa più come la pensava nel 1999, quando era segretario della Cgil. In quell’anno il Comune di Milano (era sindaco Albertini) fece una proposta per togliere i lavavetri dalle strade e offrirgli un lavoro per la pulizia della città. L’idea fu elaborata da Stefano Parisi, allora city manager, e il sempre più compianto professor Marco Biagi. Al tempo Cofferati disse un netto no alla proposta. Senza appello. Affermò che Albertini «pensava più a una Milano degli hamburger che a una Milano della Bocconi» e che il piano-pilota conteneva «perfino un’idea dello Stato nello Stato». Disse che Albertini era un razzista. Sul Corriere di allora Guido Gentili spiegava così la vicenda: «Meglio un lavavetri in più o un immigrato al quale sono stati insegnati l’italiano e un mestiere? Dice l’amministrazione: noi ci mettiamo la formazione e la garanzia del patto, le imprese le assunzioni, il sindacato la flessibilità, banche e fondazioni il sostegno finanziario, lo Stato procedure rapide per regolarizzare gli immigrati che ne hanno diritto per legge».
Cosa c’era che non andava, ci chiediamo oggi? Tutto, secondo il Sergio Cofferati di allora perché, in una risposta sempre sul Corriere della Sera, sosteneva che (ovviamente, diciamo noi) la proposta era troppo semplice, banale. Bisognava fare un discorso più generale sulla formazione delle giovani generazioni, senza distinguere tra immigrati e non immigrati. Si doveva pensare al futuro formativo di intere generazioni e non occuparsi di quattro straccioni di lavavetri.
Oggi, quei lavavetri, il sindaco Cofferati se li trova sulle strade di Bologna, e non parla più al popolo del sindacato, un po’ lontanuccio, ma deve parlare ai cittadini che sono a lui molto vicini. Tutti intorno al Municipio. Allora oggi va bene la soluzione anche del sindaco-sceriffo. Di quello che dovrebbe, in qualche modo, riportare in campo quella tolleranza zero nei confronti dei reati che quando fu invocata dal sindaco di Milano Albertini suscitò nella sinistra di Cofferati indignazione, facili umorismi e disprezzo. Che differenza occuparsi dei problemi nello scontro ideologico e doverli poi affrontare nella realtà...
Se fosse andata avanti la proposta a Milano, se non ci fosse stata tutta quella furia ideologica successiva, se Biagi fosse ancora vivo, probabilmente il problema dei lavavetri si sarebbe avviato verso delle soluzioni. Certo, i lavavetri non sono tutto il problema. Ma, come si sa, quando si inizia a dare una soluzione concreta anche a una parte di un problema, si crea - quasi automaticamente - una scia nella quale altri adottano le stesse soluzioni e, quindi, di fronte a risultati positivi, si crea consenso. Non si tratta di una questione ideologica: non è che tutti cambino idee sul mondo e sulla vita. Le cambiano su un piccolo particolare, che però fa da cavallo di Troia di soluzioni positive all’interno di un mare magnum di grossi problemi.
Abbiamo voluto riportare questi fatti perché qualche volta occorre anche fare un po’ di pulizia nella storia e nelle parole che vengono usate. Oggi, quando sentiamo a sinistra parlare di problemi di questo tipo, dopo che per anni non si sono voluti vedere, nominare con i loro nomi, cercare soluzioni possibili, ci viene sempre il dubbio che si confondano due parole. Queste due parole hanno molte lettere uguali, ma hanno significati profondamente diversi. Esse sono: convinzione e convenienza. La convinzione resiste nel tempo, perché radica le soluzioni all’interno di una visione dei problemi e le ancora ad alcuni diritti fondamentali. In questo caso il diritto alla libertà della paura, che dal lontano ’94 il centrodestra indica come uno dei diritti fondamentali. La convenienza, come si direbbe in Toscana, sta un po’ sulle corna delle chiocciole. Va e viene. E questo ci pare il modo con il quale oggi la sinistra si pone nei confronti della sicurezza. Saremo anche un po’ perfidi, ma non crediamo che loro credano profondamente a queste soluzioni che oggi indicano. Non ci meraviglieremmo se tra qualche tempo rivedessimo il Cofferati del ’99.
Paolo Del Debbio