Comunista? Pure D’Alema nega

Il líder Maximo si riscopre "socialista" e riscrive la sua stessa
storia: "Mi sarei alleato con Craxi, molto prima di Tangentopoli, ma
ero piccolo&quot;. Nel 1996 Baffino sentenziava: &quot;In Italia il peggior partito socialista d'Europa&quot;. <a href="http://blog.ilgiornale.it/taliani/" target="_blank"><strong>BLOG/D'Alema sbianchetta D'Alema</strong></a>

Roma - E va bene che siamo un paese senza memoria storica, che per la sedicente sinistra il popolo è bue e gli si può dar da bere tutto, ma qualcuno avverta Baffino che c’è un limite e sta esagerando, non abbiamo l’anello al naso e la sveglia al collo. Via, come spera di farla franca spacciandosi non solo come «democratico e anche socialista» - comunista? Mai stato! - ma addirittura raccontare che, fosse dipeso da lui, si sarebbe alleato con Craxi «molto, ma molto prima di Tangentopoli»?

Tanto coraggio unito a sì scarso pudore di Massimo D’Alema fa sorridere, ma i socialisti distrutti e massacrati nel tentativo di presa del potere per via giudiziaria da parte di Botteghe Oscure pensano alle ossa di Bettino che si stan rivoltando nella sabbia di Hammamet. Si potrebbe pensare ad un’ironia macabra del primo ed unico comunista (post) della nostra storia salito a Palazzo Chigi, visto che lo stavano intervistando le Iene. Ma questo è solo un passaggio tra molti temi, in gran parte seri. Ed è serio D’Alema, quando risponde con un secco «no» alla domanda se si definirebbe ancora comunista.

Come, allora? «Sono un democratico e sono anche socialista», risponde a Lucci che lo incalza: potesse tornare indietro, si alleerebbe con Craxi? E lui: «Molto ma molto prima di Tangentopoli», però all’epoca la decisione «non dipendeva da me, ero piccolo».
Oddio, non piccolo pioniere, fazzoletto rosso al collo e mazzo di fiori in mano, che declamava un pistolotto davanti a Togliatti e quello si spaventò: «Ma questo è un nano!». Piccolo come ai tempi della Fgci, e lo mandavano a Cuba, a Praga, a Budapest? Quando Berlinguer sentenziò che il Psi aveva subìto una «mutazione genetica», D’Alema era già cresciuto e manifestava contro il taglio alla scala mobile e i missili a Comiso. Ed era adulto quando saliva con Veltroni sul camper del congresso socialista all’Ansaldo nell’89. Ma poi, al crollo del Muro di Berlino che travolse tutti i comunisti tranne i nostri, quando Craxi spalancò al neonato Pds l’ingresso salvifico nell’Internazionale socialista - Gonzales e Soares lo sconsigliavano, «Bettino lascia perdere: questi sono comunisti e non cambiano» - era ancora «piccolo» D’Alema, o non forse il numero due di Botteghe Oscure, pronto a far le scarpe ad Occhetto come insieme le avevano fatte a Natta?

Sì, può dirsi «socialista» perché un posto nell’Internazionale ce l’ha ancora, ed anzi deve ripeterlo ad alta voce - scontentando Franceschini, Rutelli e tutti i postdemocristiani del Pd - se vuol sperare nel mantello di ministro degli esteri dell’Europa, sempre che questa poltrona spetti al Pse. Ma come può rivendere che «molto, molto prima di Tangentopoli» si sarebbe alleato con Craxi? Certo, direte, se Veltroni arriva adesso ad ammettere che «Craxi fu molto più innovatore di Berlinguer», volete che D’Alema resti indietro? Però non era Veltroni il premier che, con Craxi a rischio di vita e bisognoso di un salvacondotto per farsi curare in Italia, si tappò bocca, occhi e orecchie perché i magistrati di Milano avevano inarcato il sopracciglio. Così va il mondo, che volete? A prendersi le monetine in faccia sulla scalinata della cattedrale di Tunisi, in quel funerale di dieci anni fa, il premier Maximo mandò il fido Minniti e il ministro Dini. E se è vero che Veltroni s’è lasciato dissanguare da Di Pietro, non dimenticate che a farlo senatore del Mugello aveva provveduto D’Alema.

E se davvero anche voi avete perduto la memoria, provate a indovinare chi, nel 1996, ancora sentenziava che «noi avevamo in Italia la doppia anomalia: quella di avere il miglior partito comunista del mondo e forse il peggiore partito socialista d’Europa». E chi mai fosse, quel fulgido esempio di coerenza che in un’intervista all’Unità del 26 marzo 1994 avvertiva: «Berlusconi è lo sviluppo del craxismo, non la sua semplice prosecuzione. È il craxismo alleggerito del partito di massa. C’è quello stesso intreccio tra affari e politica senza neppure la mediazione democratica che era un elemento di freno. È la versione plebiscitaria del craxismo».

Il florilegio dalemiano antisocialista e anticraxiano riempie volumi, va dal «puparo della destra» all’«inquietante protagonista che dal suo esilio dorato sparge dossier e calunnie». Meglio chiudere con una citazione craxiana del ’97: «D’Alema sapeva benissimo del finanziamento e dei finanziamenti illegali al suo partito, che non solo conosceva ma di cui peraltro personalmente si occupava. Egli perciò ha mentito. Lo ha fatto spudoratamente più volte. Lo fa nella certezza di poterlo fare, anche se nella vita è bene non essere mai certi di nulla. La ruota gira e un giorno potrebbe girare anche per D’Alema».