Condannato il prof fannullone: «Una rovina per il futuro del Paese»

La Corte dei Conti impone all’insegnante assenteista di pagare 50mila euro al ministero: «Gravi danni alle nuove generazioni su cui l’Italia è tenuta a investire»

Cara gli costa, l’artrosi cervicale. E adesso paga, il professor M. Perché le «assenze abnormi» accumulate negli anni e le malattie «strategiche» sono «in contraddizione con il principio della continuità didattica» e rappresentano «un fallimento dell’istituzione scolastica sul piano educativo», oltre a un «danno per il percorso formativo degli studenti, ovvero delle nuove generazioni sulle quali il Paese è tenuto a investire». Niente di meno. Il giudizio è un macigno, la sentenza - depositata ieri - non più leggera. Così stabilisce la Corte dei Conti, che condanna l’insegnante fantasma dell’istituto tecnico «Moreschi» a pagare 50mila euro all’amministrazione scolastica. Meno di quanto chiesto dalla Procura (125mila euro), ma con motivazioni che lasciano poco spazio alle sfumature.
La vicenda è nota. Il professor M, entrato al Moreschi nel 1976, inanella una serie sproporzionata di malattie. Nel biennio 2002-2004 raggiunge il punto più basso della sua carriera (e della sua salute), accumulando 354 ore di assenza nel 2002-2003 (pari al 71,5% del totale a lui assegnato), e 355 l’anno successivo (il 58,8%). E il motivo è sempre lo stesso. Artrosi cervicale, sempre a cavallo del giorno di riposo o delle festività, e quasi sempre nella sua casa di Patti Marina, frontemare messinese. Quantomeno sospetto. Una condotta che gli procura una censura, una sospensione di 15 giorni e un’ispezione ministeriale. Basta. I suoi studenti, intanto, aspettano che qualcuno si presenti in cattedra. Attesa vana.
Perché - spiegano ancora i magistrati contabili - «le assenze dal servizio del personale docente si devono pesare, oltre che contare», anche «considerata la delicatissima posta in gioco». Ovvero, «la formazione e il futuro delle nuove generazioni». Ebbene, «l’accentuata frammentazione del rapporto con gli allievi che le assenze per malattia, in numero abnorme e a singhiozzo, hanno determinato», si traducono «nella negazione del principio di continuità didattica», senza che il professore «avvertisse il senso di alta responsabilità che, per la sua posizione, aveva assunto verso gli studenti, al servizio dei quali si pone l’intera amministrazione scolastica». Di qui, anche il danno erariale contestato dalla Corte. Perché «il fallimento dell’istituzione scolastica sul piano educativo» si traduce in un «cattivo utilizzo delle ingenti risorse pubbliche che in essa sono investite».
E, a voler prendere per buoni gli «attacchi» di cervicale, i magistrati contabili sottolineano come il professore M continuasse «al di fuori dei periodi di sospensione delle attività didattiche a recarsi con frequenza nelle stesse località nelle quali già in diverse occasioni aveva accusato problemi di salute», in modo da «far ragionevolmente apparire possibile, se non addirittura prevedibile, un riacutizzarsi della lamentata infermità». Insomma - è il ragionamento improntato all’indulgenza -, l’aria di mare faceva male al professore e le malattie che si infittivano durante i ponti e le festività erano vere. Ma mai che l’insegnante scegliesse altre destinazioni o «che si sottoponesse ad alcun trattamento terapeutico». Meglio sarebbe stato attenersi a «comportamenti ispirati a regole di prudenza e correttezza». Ma di questi, insiste la Corte, «non c’è traccia». Fatalista, il professore. Rassegnati, i suoi studenti.