Confcommercio: «È recessione il governo deve fare scelte dure»

Il presidente Billè chiede un impegno straordinario: «I commercianti non vogliono più scottarsi». E punge anche l’opposizione: è ora che presenti il programma

Francesco Casaccia

da Roma

È l’ora della verità. Con l’economia italiana in odore di recessione, servono scelte «dure e impopolari». Che tradotto significa: «Un Dpef e una Finanziaria forti, coraggiose, innovative e di qualità». Il presidente di Confcommercio, Sergio Billè, non usa troppi giri di parole per chiedere al governo uno straordinario impegno altrimenti, ammette, «la strada che ci aspetta è quella di una mulattiera». All’assemblea generale della Confederazione, di fronte al premier Silvio Berlusconi e al mondo istituzionale, politico, industriale che conta, Billè conferma un quadro dell’economia «quasi spettrale» ma niente «catastrofismi perché non siamo ancora morti e nulla è perduto».
I «numeri» della nostra economia purtroppo sono sotto gli occhi di tutti. Billè li ricorda: nel 2005, il Pil invece di crescere diminuirà dello 0,2%; gli investimenti pubblici e privati caleranno dell’1,4%, l’export del 2,3%. I consumi delle famiglie aumenteranno solo dello 0,1%; il rapporto deficit/Pil si attesterà alla soglia del 4%. Insomma, il Paese «ha innescato una pericolosa marcia indietro» e per risalire la china occorrono «scelte che siano durissime, anche impopolari ma che possano segnare una reale inversione di rotta». E visto che questo è il periodo in cui il governo mette a punto il Dpef, Billè si augura che sia «forte». Così come la prossima Finanziaria che dovrà essere di «straordinario impegno e fortemente innovativa per credibilità, indirizzo, spessore e qualità degli interventi». Basta con le «riformicchie. Ne sono state tentate parecchie ma ora è indispensabile che la coalizione di governo decida subito quel che intende fare». Poi una critica a Berlusconi. I commercianti, dice, non sono più disposti a «rimettere la mano sul fuoco, dopo che, come Muzio Scevola, ce ne siamo già bruciata una. Ora, signor presidente, ci metta prima la sua. Poi, se tutto andrà per il meglio, non indugeremo a metterci quella che ci è rimasta». Ma Billè se la prende anche l’opposizione che, precisa, dovrebbe rapidamente rendere noti i proprio programmi di governo in caso di vittoria elettorale. «Non sarebbe il caso - si domanda - che l’opposizione mettesse in piedi una specie di governo-ombra, in grado di simulare i programmi che intende realizzare?»
In questa fase, istituzioni, partiti e parti sociali «non possono più restare adagiati sui loro sofà mentre il Paese corre il rischio di essere sfrattato dall’economia mondiale. Il quadro economico è tortuoso, impervio, quasi spettrale e istituzioni e politica devono decidersi ad affrontare i punti nodali di questa crisi». Ci sono «troppi Gengis Khan che ci tolgono il sonno. Alcuni li abbiamo dentro casa e si chiamano sconquassata e costosa burocrazia, istituzioni scarsamente operative, politica molto ciarliera, profonde dicotomie culturali». Invertire la rotta non si fa dall’oggi al domani ma «non basta rafforzare gli argini con qualche sacchetto di sabbia. Così rischiamo di fare la fine del Polesine». Né si può solo dare la colpa alle t-shirts e reggiseni made in China. «I nostri malanni sono di più lunga data», quando in Cina c’era Mao e si parlava di libretti rossi e della banda dei quattro.
Sulla carenza delle infrastrutture, Billè lancia una proposta a tutte le imprese: rinunciare per un po’ ai contributi statali e le risorse rese disponibili investirle in infrastrutture. Infine, il fisco. Billè fa solo un accenno verso la fine della relazione perché, ammette, «più si parla di tasse in Italia e meno si fa». Il tempo per tagliare l’Irap, comunque, c’è. L’importante è arrivare ad una riduzione della pressione fiscale «equa e virtuosa, coperta da diminuzione della spesa pubblica corrente e che dovrà interessare tanto i redditi delle famiglie, quanto il prelievo a carico delle imprese».