Confessa il leader anti racket: "Ho pagato per i finti attentati"

SOLDI A UN PREGIUDICATO Frediano Manzi guida l'associazione contro l'usura: ora è indagato

È l’uomo che ha portato alla luce la mafia delle occupazioni abusive e quello delle pompe funebri a Milano. È lui che ha denunciato l’ex prefetto di Napoli Carlo Ferrigno, che ha da poco patteggiato una pena di 3 anni e 4 mesi per millantato credito e prostituzione minorile. Ora Frediano Manzi - presidente di «Sos racket e usura» - è sotto inchiesta sia a Milano che a Busto Arsizio per simulazione di reato, detenzione di materiale esplosivo e incendio. In altre parole, avrebbe finto di essere vittima di una serie di attentati per attirare l’attenzione su di sè e sulla propria associazione. E davanti ai magistrati, Manzi ha confessato di aver pagato 1.200 euro a un pluripregiudicato perché eseguisse due attentati a un chiosco di fiori e a un furgone riconducibili alla sua attività, poi denunciati come episodi di intimidazione. Agli atti dell’inchiesta non c’è solo il racconto fatto da Manzi davanti ai pm Luigi Luzi di Milano e Roberta Colangelo di Busto Arsizio, ma anche quella del complice, finito in carcere per questa vicenda con l’accusa di incendio un anno fa e già rinviato a giudizio. Si tratta di Alberto Marcheselli, a cui Manzi nel tempo avrebbe versato altri 2mila e 500 euro nel timore che parlasse.
Gli episodi al centro dell’indagine risalgono al dicembre 2009 e al febbraio 2010. Il primo è avvenuto a Nerviano, quando Manzi ha commissionato a Marcheselli la preparazione di un pacco incendiario messo poi vicino a un suo chiosco di fiori. Era il 6 dicembre e Manzi ha chiamato i carabinieri, sostenendo di aver ricevuto una telefonata di rivendicazione. Il secondo falso attentato è avvenuto a Caronno Pertusella. In questo caso Manzi ha chiesto al complice di incendiare un suo furgone. E qui sono iniziati i guai del leader anti-racket. Perché Marcheselli per appiccare il fuoco ha usato un mozzicone di sigaretta da cui è stato estratto il suo profilo genetico, contenuto nelle banche dati della polizia. Dall’identificazione all’arresto il passo è stato breve. Poi verso settembre è arrivata anche la confessione. Manzi, intercettato al telefono con una giornalista, ha dichiarato di sapere chi aveva eseguito gli attentati, ma di non averlo denunciato. Tuttavia a settembre ha confessato tutto in un’intervista registrata da un cronista che poi è arrivata sul tavolo dei pm.