Contro i baroni mai più prof a vita

Troppo remote e diverse sono le mie esperienze nell’università per poter avere una qualche utilità, anche per me stesso, nella comprensione delle ragioni che muovono il governo in una direzione che, a tutti, fino allo stesso Bossi, appare difficilmente decifrabile per l’indicazione indiscriminata di tagli, e, ovviamente, gli studenti nella direzione opposta. Ciò che appare immediatamente evidente è che non si tratta di una protesta che riguarda la qualità e i contenuti dell’insegnamento, dal momento che accomuna studenti, e perfino famiglie (sia pure con evidente strumentalizzazione per le scuole inferiori) e professori. Anzi, i professori sembrano trovare negli studenti i migliori garanti dei loro privilegi e delle loro rendite di posizione.

La mia università, a Bologna, era in rivolta, nel 1970, ma io avevo ben chiaro il merito e il demerito di professori da cui dipendeva l’utilità stessa dei corsi. Uno ne trovai da cui apprendere, un altro da rispettare, il resto era tempo perso. Qualche anno dopo, nel 1975, mi trovai dall’altra parte come assistente di un corso di storia della fotografia e, agli esami, mi rendevo conto, sino alla comicità, della totale mancanza di preparazione degli studenti di quel corso. Fu un’esperienza utile che poi ripresi nel 1984 in una città più piccola, Udine, dove per tre anni insegnai a contratto con un rapporto molto intenso e reciprocamente fruttuoso con gli allievi. In quella facoltà, di conservazione dei beni culturali, da poco aperta, tutto sembrava funzionare e ideale era il rapporto fra docenti e allievi. Partiti in 200, per la novità e la curiosità, ne portai con me per tre anni, fino alla laurea, circa 50.

Da allora non ho più avuto rapporti se non occasionali con l’università, ma ho partecipato a concorsi dai quali sono uscito puntualmente sconfitto a vantaggio di concorrenti sconosciuti e di assai discutibili virtù scientifiche e didattiche. In quell’epoca ho duramente contestato il sistema universitario e il metodo di cooptazione che mi appariva evidentemente basato su favori reciproci dei professori a vantaggio dei loro assistenti. Denunciai il sistema con strascichi anche in tribunale, ma non apprezzabili risultati. Nel corso degli anni mi sono accorto che le maglie si erano allargate e che si aprivano spazi imprevisti ricevendo anche offerte da atenei che non mi sembrò più conveniente accettare per difetto di tempo e per impegni politici parlamentari e amministrativi. Ed è evidente che i ruoli di professore e di assessore e di sindaco, sono incompatibili. Ma oggi leggo che, pur essendo l’università al di sotto della media Ocse (8.026 dollari l’anno a studente rispetto alla media di 11.512), gli atenei sono passati negli ultimi dieci anni da 41 a 95. E contando le sedi distaccate arrivano (numero impensabile nei tempi) a 338.

Così abbiamo una delle prime scuole elementari del mondo e una delle peggiori università del mondo. Non so bene cosa apprendano i giovani al solo sentire i titoli di alcuni corsi e mi piace che questa stessa riflessione l’abbia fatta qualche giorno fa Dario Fo, sostenitore naturale degli studenti, ma severo critico delle baronie universitarie. Già alla mia epoca mi sembrava improbabile un insegnamento denominato «fenomenologia degli stili»; poi si è arrivati alla «scienza dei beni culturali» o anche «scienza del turismo» e, in progressivo delirio, «scienze della mediazione linguistica per traduttori dialoghisti cinetelevisivi», «scienza del fiore e del verde», «restauro e fruizione dei contesti antichi», «scienza dell’allevamento, dell’igiene e del benessere del cane e del gatto». Non è la mia materia, ma abbiamo 14 facoltà di veterinaria, più di quante ve ne siano insieme in Francia, Germania, Austria, Belgio, Grecia e Danimarca. Negli anni ’80, vi erano 10mila discipline accademiche, oggi sono almeno 20mila. Analogamente nel 2000 vi erano 2.444 corsi di laurea, nel 2007 se ne contavano (e sono certamente aumentati) 5.517.

Così è difficile non considerare legittimi i tagli voluti dal governo. Ma occorrerebbe che essi fossero ben discriminati. Perché riducendo gli insegnamenti si restituisse dignità ai docenti con stipendi decorosi. È evidente che per questo, insieme all’eliminazione del valore legale della laurea (posizione condivisa da Luigi Einaudi e Licio Gelli), occorre anche immaginare di eliminare il valore legale della cattedra, come suggerisce con intelligenza e acutezza Michele Ainis in un suo utilissimo intervento sulla Stampa: «Mai più cattedre a vita, mai più lo stipendio a fine mese per chi non se lo suda. Anche in questo caso la via maestra parte dagli Usa. Lì non esistono professori a tempo indeterminato... E tutti sono in prova. L’opposto di quanto accade alle nostre latitudini, dove i più tengono cattedra nel medesimo ateneo in cui si sono laureati; dove non a caso l’età media dei professori è fra le più elevate del mondo, con il 42 per cento di ultracinquantenni e il 22,5 per cento di ultrasessantenni; e dove infine più invecchi e più guadagni, anche se non hai più nulla da insegnare. Perché in italia sono bassi gli stipendi dei ricercatori, al primo gradino della scala; lo sono quelli degli studiosi più brillanti, che negli Usa - attraverso contratti individuali e fondi di start-up - talvolta superano il milione di dollari; ma sempre negli Usa il rapporto fra lo stipendio medio degli ordinari e degli assistenti è di 1,5 a 1, mentre qui lo stipendio di un ordinario a fine carriera pesa 4 volte e mezzo la busta paga dei neoricercatori». Come si vede il panorama è vario e sconfortante e un ministro dell’Università avrebbe molto buon lavoro a vantaggio sia dei professori che degli studenti. Dovrebbe quindi prima indicare tutti i luoghi dove spreco o frequentazione inesistente rendono l’università fonte di spese inutili.

E razionalizzare la distribuzione di fondi a quelle università che si mostrino produttive, alla luce dei risultati. Gli studenti infatti protestano ma abbiamo il più alto tasso di abbandono al mondo: 55 per cento. Dunque aver frequentato, per loro, è stata, oggettivamente, una spesa inutile. E non è difficile verificare in quali percentuali nei diversi atenei. Il ministro Gelmini ha un compito difficile, ma non le mancheranno docenti di buona volontà che la indirizzino alle soluzioni più utili evitando demagogia e cercando di ottenere per tutti le migliori condizioni. Il fallimento dell’università è il fallimento della società.