Coppa amara, dopo l’illusione i tafferugli

Affari d’oro nel primo tempo per i venditori di magliette. Ma poi Shevchenko ha sbagliato il penalty decisivo e la piazza è ammutolita

Claudio De Carli

Al fischio non solo delusione, sono scoppiate risse un po’ ovunque, forte la delusione da una parte, cinici i festeggiamenti dall’altra che sono sfociati in scazzottate singole e di gruppo. Il pronto soccorso conferma una decina di ambulanze già durante la partita, i centralini di carabinieri e polizia intasati di chiamate, bastava avere una faccia poco triste per scatenare una reazione. La rabbia ha fatto a pezzi una vetrina in via Torino, pericolosissimo girare in centro attorno a mezzanotte.
Gli unici che hanno fatto festa per due ore e mezzo di fila sono stati un gruppo di sudamericani possessori dell’unica boccia senza orecchie che girava per il Duomo, una damigiana da cinque litri di rosso che solo l’odore metteva paura. Ogni tanto urlavano qualcosa ma non si capiva, alla fine hanno anche esagerato e al momento della fuga di mezzanotte dalla piazza hanno iniziato a spaccare le bottiglie e a prendersela con gli italiani. Mica bello. Ma non solo loro, stazionano in Duomo da una vita, e ieri sera la piazza non era loro come al solito.
L’area davanti al megaschermo si è liberata in cinque minuti netti, le facce svuotate dalle craniate di Stam e dagli errori dal disco degli undici metri. Qualcuno non è riuscito a trattenere lo sfogo, il magone rossonero ha gettato il Duomo nel silenzio più duro, l’alcol consumato in abbondanza ha fatto il resto. Rispetto per gli sconfitti, le bandiere non girano, non c’è vento in piazza, si sente il tanfo insopportabile delle bottiglie di birra rotte che stagna a altezza d’uomo. Il tipo con la motoretta rossonera e i lampeggianti se ne va vergognoso a fari spenti, e questo mette malinconia, neppure la voglia di accendere il motore, spinge il mezzo con i piedi, gli altri lo urtano, lui non reagisce.
Notte da fermento lattico, di ansia che sale, non va giù e si ferma in gola. Tutte quelle ragazze con i tatuaggi del diavolo che si stringono a qualcuno, come se fosse andato a monte l’amore della vita, i ganzi che non le filano neppure, niente donne quando la palla gira dall’altra parte.
Eppure era iniziata alla grandissima, durante l’intervallo impennata delle vendite di magliette e bandiere, anche i sudamericani ubriachi battuti netti dal delirio rossonero, baci, abbracci, saluti a papà che se ne stava nel salotto a godersela e soprattutto a vederla, perché in piazza davanti a un megaschermo troppo basso la partita non si vede, si vive, e si vive peggio che alla radio perché ogni tanto prende la voglia di capire qualcosa ma davanti c’è un muro, niente da fare.
Sono i ragazzini che mettono più tenerezza, diventano ancora più piccoli e si nascondono dietro a papà che allunga il passo e loro non ce la fanno, si guardano la maglia e dentro chissà cosa succede, il cuore che batte qua e là, il calcio che si fa sentire, gioie e dolori, è solo l’inizio.
In questa notte di deliri manca la testa per ragionare, una decina di poliziotti in divisa antisommossa non bastano, quando arrivano le camionette è troppo tardi. Qualche bengala della gente parte ugualmente a alzo zero, inutile chiedersi perché le vittorie e le sconfitte resettano tutto, e ci spiazzano al piano più basso. Sarebbe una bella risposta a tutti quelli che puntavano il dito contro gli altri perché perdevano e spaccavano tutto, ma questa è solo morale deficiente. Ci sono partite che non si possono pareggiare, il Milan meritava di vincerla, ieri sera invece qualcuno l’ha persa due volte di fila.