Le coppie di fatto?Interessanosolo ai politicanti

A Bologna 12 anni fa istituirono un registro, nessuno si è mai iscritto. Stessa cosa a Gubbio. E poi si lagnano perché la gente li disprezza

Da tempo immemorabile è in atto una battaglia tra i politici che pre­tendono il riconoscimento legale delle cosiddette coppie di fatto e quelli che vi si oppongono. Cosa si intende per coppie di fatto? Persone, anche dello stes­so sesso ( non necessariamente), che met­tono su famiglia e convivono more uxorio , ma che sarebbero svantaggiate rispetto a quelle regolarmente coniugate. In pratica non godrebbero di taluni diritti: assegna­zione di case popolari, successione di be­ni, possibilità di assistere in ospedale il (la) convivente eccetera.

Alcuni anni orsono la sinistra propose una legge, i Pacs (Patti civili di solidarie­tà), per colmare la «grave lacuna». E scop­piò il finimondo. Discussioni televisive, in­terventi appassionati sui giornali, duelli fra chi era pro e chi contro l’iniziativa. L’Italia già allora era piena di guai. I soli­ti: l’occupazione, il debito pub­blico crescente, il mancato rilan­cio dell’economia, l’emergenza giustizia, le intercettazioni, per citarne alcuni.

Ma per un paio di mesi tutte le grane furono accantonate per di­scettare di Pacs. Pareva che al ver­tice delle preoccupazioni degli italiani ci fossero le unioni di fat­to. Pareva che dalla loro ufficializ­zazione dipendessero i destini della Patria. Al punto che i pro­gressisti elaborarono un secon­do progetto per superare la para­lisi dei Pacs, denominato stavol­ta Dico ( Diritti e doveri delle per­sone stabilmente conviventi). La questione accese gli animi. Se­guirono liti infinite. I laici o laici­sti coprirono di insulti i cattolici, accusati di ogni infamia: retro­gradi, fondamentalisti, bigotti, baciapile. E i cattolici ricambiaro­no le cortesie, rispondendo col­po su colpo. Risultato: zero a ze­ro.

I Dico, esattamente come i Pacs, furono cassati. E tornò il se­reno. Ciascuna fazione si tenne i propri pregiudizi, ma smise di combattere per dare uno status giuridico alle famiglie gay, lesbi­che e trans. Nel frattempo cosa è successo? Nulla. Sennonché, nel­le ultime settimane, il tema è tor­nato a bomba.

Il sindaco arancio­ne (rosso ormai è out) Giuliano Pisapia, votato dalla maggioran­za dei milanesi, che considerava­no Letizia Moratti un braccio del­la dittatura berlusconiana, ha preso una decisione storica: isti­tuire nel capoluogo lombardo un «registro delle coppie di fat­to ».

Però, che idea! La capitale mo­rale dimostrerà che la civiltà non è morta, consentendo a chiun­que coabiti con un tizio o una ti­zia di iscriversi a una sorta di ana­grafe parallela. Applausi scro­scianti hanno accolto la coraggio­sa delibera del nuovo inquilino di Palazzo Marino. Ma siamo si­curi che siano battimani merita­ti? Non tanto. Infatti, dall’Emilia giunge nel frattempo una notizia che invita a riflettere. La presi­dente della commissione affari generali e istituzionali del Comu­ne di Bologna, Valentina Castal­dini (Pdl), ha scoperto che nella sua città esiste dal 1999 un «regi­stro delle coppie di fatto» (aperto a conviventi etero od omosessua­li, indifferentemente) sul quale però c’è una sorpresa. Quale? In oltre 12 anni, mai alcun bologne­s­e ha voluto vergare il proprio no­me e cognome. Gay e lesbiche si sono ben guardati dal chiedere agli uffici municipali di rilasciare loro un certificato di avvenuta co­stituzione di un nucleo familia­re. Segno evidente che se ne infi­schiano di «sposarsi».

Lo stesso accade a Gubbio. An­che qui c’era uno di questi regi­stri strambi a disposizione di gay (e affini) desiderosi di coronare burocraticamente il loro sogno d’amore.Bene,è rimasto in bian­co. Neppure una sfigatissima coppia ha scelto di darsi i crismi dell’ufficialità. Ciò significa che le guerre stellari tra politici catto­lici e politici laicisti, per quanto siano andate avanti lustri e lustri, sono state completamente inuti­li, per non dire stupide, insensa­te. Significa che i partiti del no­stro Paese hanno drammatizza­to un falso problema. Significa che deputati e senatori ignorano la realtà e si accapigliano senza motivo, non sanno dove vivono né chi rappresentano. Poi si stu­piscono perché monta l’antipoli­tica.

E si lagnano perché il popo­l­o li disprezza e preferisce i tecni­ci a loro.