«Così gli anziani salveranno Milano»

Silvia Vegetti Finzi: sono un perno per le famiglie e trasmetteranno know how ai giovani. La coppia? Avvelenata dalla cultura della fretta

M olti all’università hanno studiato sui suoi libri - la sottolineatissima Storia della psicanalisi, per esempio - e alcuni proprio con lei: la cattedra di psicologia di Silvia Vegetti Finzi all’università di Pavia è tra le più famose d’Italia.
Nata a Brescia, è arrivata a Milano nel ’53, a 15 anni, e qui ha sempre vissuto, occupandosi con libri che vengono annualmente ristampati (dei veri e propri long-seller) di tutti quei temi che hanno movimentato la scena culturale e civile degli ultimi decenni: le trasformazioni della famiglia, il divorzio, il ruolo delle donne, quello dei giovani, l’educazione sessuale. Il suo libro più recente Nuovi nonni per nuovi nipoti (Mondadori, pagg. 264, euro 17) affronta il ruolo sociale degli anziani. Un buon punto di partenza per una «chiacchierata psicologica» su Milano.
Quello degli anziani è un problema che in una grande città si acuisce...
«Credo sia un dilemma che nasce paradossalmente da una soluzione. Fino a poco tempo fa gli anziani erano figure marginali, ora costituiscono il perno delle nuove famiglie. Mentre i genitori lavorano, i nonni si occupano dei figli e quando possono aiutano i nuovi nuclei famigliari. Non solo a livello finanziario».
In quali altri modi?
«Trasmettono il sapere e il saper fare. Ed è importante che si sentano investiti da questo compito. Già insegnare ai nipoti come si cucinava una volta, in questi tempi di crisi, non è poco: ed è soltanto uno dei modi per riprendere il filo della memoria tra generazioni. I ragazzi sentono il bisogno di fare “esperienza dell’esperienza”; è vero che recepiscono tante nozioni, per esempio dai libri di storia, ma le considerano generiche e impersonali mentre il sangue e il nerbo della vita vissuta li coinvolgono molto di più».
Lei ha scritto Quando i genitori si dividono (Mondadori). Pensa che vivere in una metropoli “favorisca” le difficoltà di coppia?
«Sì, e l’incidenza più negativa è costituita dalla mancanza, direi quasi la miseria, del tempo. Una condizione normale a Milano, che pesa sulla coppia. Soprattutto nella sua fase costitutiva il matrimonio necessita di concentrazione, di dialogo, di tempi e spazi per elaborare i conflitti. Nella società della fretta, dove alla domanda “come stai?” si può solo rispondere “bene, e tu?”, è chiaro che questo non è possibile. Si crea così un circolo vizioso - non parlare per paura di non essere ascoltati - che alla fine logora i legami sentimentali».
Altro suo tema di studio sono gli adolescenti: Milano e il loro mondo interiore sembrano distanti.
«Avverto anch’io una separazione tra adulti e ragazzi. Tanti genitori non conoscono i loro figli. Le ultime generazioni comunicano con strumenti e codici da cui molti adulti rimangono esclusi, quando dovrebbero invece diventare competenti e conoscere il linguaggio sms, internet, i siti e blog dove i ragazzi si ritrovano».
Non significherebbe imporre agli adulti di imparare cose che non li attraggono?
«Ricordo in proposito questo episodio. A una manifestazione di piazza, poco tempo fa, un giornalista chiede a una signora davvero anziana: “Queste cose avvenivano anche ai suoi tempi?” La risposta fu intelligente: “I miei tempi sono questi”. Viviamo, lo si voglia o meno, nell’attualità e non vedo perché gli anziani non dovrebbero sentirsi attratti dalle novità e apprendere ciò che riguarda il tempo di tutti: il presente».
Come vive Milano lo spazio del non lavoro?
«Gli happy hour milanesi sono diventati un modello persino oltreoceano: ma non sono luoghi di incontri reali, di scambi veri. Scorrono come un flusso indistinto da un locale di moda a un altro. Questo modo di stare insieme non fa gruppo né comunità. Ci si diverte per reazione a un lavoro ansiogeno e precario. Un divertimento compensatorio».
La Milano degli amanti risente di questa mancanza di tessuto connettivo?
«“Sapessi com’è strano sentirsi innamorati a Milano”, cantava la Vanoni. Penso che questa città non sia un buon contenitore di storie amorose. Ha scenari poetici, che per me sono la Scala, la torre Velasca, alcune vie del centro. Ma deve riprendere il filo della sua storia, ricominciare a raccontarsi per creare un contesto dove anche gli innamorati possano passeggiare sentendosi in sintonia con il luogo in cui abitano... e sognano».
Milano si stende sul lettino di Freud e racconta. Di cosa?
«Di un grande futuro dietro le spalle. Negli anni Cinquanta e Settanta, l’architettura, l’arredamento, l’editoria, il teatro promettevano alla città un grande avvenire, che poi si è oscurato. I prossimi anni potrebbero essere un’occasione per rimediare. Ma il pericolo è il consueto. Prima si delega la gestione della città agli addetti ai lavori e poi li si critica. I milanesi, invece, ciascuno per quel che gli compete, dovrebbero vivere eventi, quali l’Expo ad esempio, come qualcosa di proprio, come un progetto che li coinvolge».