Così gli autonomi uccisero l’agente Custra

A 30 anni dal delitto, ecco le foto degli scontri di Milano del 14
maggio 1977. Il giudice Salvini: quegli scatti permisero di arrestare i
responsabili nell’87

Milano - Le foto di quella giornata così simbolica furono scattate da cinque mani diverse (guarda gli scatti). Nei giorni successivi gli autonomi rintracciarono gli autori e sequestrarono i rullini. Non tutti, però, perché quelli che erano in mano ad Antonio Conti, un fotografo vicino all’Autonomia e parente di Oreste Scalzone, furono lasciati al suo proprietario. Conti non trasformò il 14 maggio 1977 in uno scoop. Non voleva, per contiguità ideologica, o per altro. Tenne tutto il materiale con sé e di quel pomeriggio milanese così drammatico, culminato nella morte dell’agente Antonio Custra sull’asfalto di via De Amicis, emersero altri frammenti. Un’istantanea, quella di Giuseppe Memeo che spara alle forze dell’ordine con la pistola impugnata a due mani, è diventata a suo modo la cartolina degli anni di piombo.
Conti però era finito proprio dentro quella foto simbolo. Bastava puntare gli occhi su Memeo e sullo sfondo spuntava anche lui: sotto un tiglio, intento a riprendere a sua volta quelle ore di guerriglia, la prova del fuoco del collettivo Romana-Vittoria, in seguito un pezzo di Prima linea e del terrorismo italiano.

«Nel 1987 - racconta al Giornale il giudice milanese Guido Salvini - mi ritrovai in mano l’immagine di Memeo, così cruda, ma anche così poco osservata. Mi chiesi chi fosse quel signore con l’obiettivo in mano, andai ad interrogare i suoi colleghi presenti il 14 maggio in via De Amicis. Mi fu fatto quel nome: Antonio Conti. Ordinai una perquisizione: dentro un libro ritrovai gli scatti e da lì sviluppai una nuova inchiesta che portò all’individuazione dei responsabili di quel giorno di follia, in gran parte sfuggiti al primo processo».
Ora quelle foto, pubblicate solo una volta dall’Espresso nel 1990, tornano in un groviglio di ricorrenze e riflessi. Sono passati esattamente trent’anni dagli incidenti di via De Amicis. Mario Calabresi, il figlio del commissario Luigi, parla anche di quell’episodio nel suo libro Spingendo la notte più in là, appena pubblicato da Mondadori. Calabresi ha incontrato Antonia Custra, la figlia del vicebrigadiere ucciso, e lei gli ha svelato il suo dramma di ragazza cresciuta senza aver conosciuto il padre, morto prima che lei venisse al mondo. «Voglio incontrare chi uccise mio padre, voglio un volto da odiare», ha gridato la Custra in un’intervista al Giornale, sabato scorso. Il volto è quello di Mario Ferrandi, che proprio l’indagine di Salvini individuò. Fu lui, secondo la ricostruzione basata sugli scatti trovati a casa di Conti, ad esplodere il colpo mortale. «L’inchiesta - aggiunge Salvini - ci diede la possibilità di rintracciare alcuni dei responsabili di quella giornata, ma certo con un ritardo di dieci anni. Fossimo arrivati prima la storia milanese del terrorismo e degli anni di piombo sarebbe stata diversa e circoscritta».

Basta scorrere l’elenco dei condannati nel processo bis per capire: ecco appunto Ferrandi, con una pena di 4 anni in continuazione con quella per l’omicidio di uno spacciatore eliminato da Prima linea; poi Giuseppe Memeo, pure punito con soli 4 anni, in continuazione con gli omicidi compiuti dai Pac di Cesare Battisti; ancora Marco Barbone, 2 anni in continuazione con l’assassinio di Walter Tobagi; infine Corrado Alunni, 4 mesi, per aver fornito le armi ai manifestanti. «Voglio incontrare Ferrandi - ripete ora da San Giorgio a Cremano, nell’hinterland napoletano, Antonia Custra -, poi può darsi che io mi appaci», spiega ricorrendo al dialetto.

Chissà. Calabresi, che ha sofferto a lungo per la campagna di demonizzazione del cognome che porta, conclude il suo libro sotto la cima del Bianco, in una mattina di quelle che regalano cieli trasparenti e pensieri nitidi. Assicura di aver trovato lì, in quell’anfiteatro incantato, papà Gigi. E di aver capito, in quel preciso momento, «che era giusto guardare avanti, camminare, impegnarsi per voltare pagina nel rispetto della memoria». Trent’anni dopo le ferite aperte in via De Amicis non si sono ancora rimarginate.