"Così colpiremo il Duomo": sei anni ai jihadisti nostrani

Pakistano e tunisino condannati. Sui social le minacce con l'immagine della cattedrale

«L'imminente guerra comporterà combattimenti urbani». L'allenamento ideale? Correre su e giù per le scale di un palazzo, perché iscriversi in palestra può destare sospetti nella polizia. Così il pakistano Muhammad Waqas, 27 anni, e il tunisino Lassaad Briki (35) - intercettati dalla Digos di Milano - si preparavano alla jihad. Della porta accanto. I due stranieri ieri sono stati condannati a sei anni di carcere dalla corte d'assise. I giudici, presidente Ilio Mannucci, hanno disposto anche l'espulsione dall'Italia a pena scontata. Si tratta di una delle pene più severe inflitte in Italia per l'accusa di terrorismo internazionale.

Milano, e il Duomo, erano nel mirino. Insieme alla base militare Nato di Ghedi, nel Bresciano. I presunti terroristi, che secondo la Procura avevano aderito all'Isis, vivevano a Manerbio, vicino a Brescia. Avevano il permesso di soggiorno, un lavoro regolare e nessun precedente penale. Nelle intercettazioni agli atti dell'indagine coordinata dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e dal pm Enrico Pavone parlavano degli obiettivi da colpire. Tra gli altri, c'era la metro di Milano. Non solo. Sono anche gli autori dei «selfie» di minacce su Twitter a nome del Califfato. Sullo sfondo l'immagine del Duomo e sotto un biglietto con la scritta: «Siamo tra voi, nelle vostre strade, armati. Vi colpiamo in qualsiasi momento». Ha sottolineato Pavone nella requisitoria pronunciata nell'aula bunker di fronte a San Vittore, al termine della quale è stata chiesta la condanna a sei anni: «Proprio il fatto di essere perfettamente integrati nella nostra società li rendeva ancora più pericolosi». Briki e Waqas sono stati arrestati il 22 luglio scorso. Secondo l'accusa, avevano in programma di raggiungere la Siria come foreign fighter. Intanto però erano «lupi solitari pronti all'azione in Italia». In una delle loro ricerche fatte on line c'era una raccolta di regole: «Come riconoscere un kamikaze», utilizzato dalle forze speciali del Kuwait. «Agli imputati serviva per imparare come non farsi riconoscere...», ha spiegato Romanelli. Poi il manuale scaricato da Waqas - passato all'amico e citato da entrambi a memoria nelle ambientali - How to survive in the West (Come sopravvivere in Occidente), una «guida per mujaheddin». Definito dai pm «dal contenuto terroristico puro. Un manuale operativo per chi nei Paesi occidentali fa la jihad secondo i precetti dello Stato islamico». Insegna come fabbricare bombe e procurarsi armi. Un capitolo chiave espone l'arte di «mimetizzarsi» da noi. Come sembrare «occidentali brutti». Programmava uno degli imputati: «Mi taglio la barba e mi faccio i piercing». Sui prossimi attentati: «Il kalashnikov non ce l'ho. L'ho cercato, ma non c'è più tempo. Il momento migliore per fare la jihad e il ramadan». La difesa, rappresentata dagli avvocati Luca Crotti e Vittorio Platì, chiedendo l'assoluzione ha sottolineato che mancherebbero prove dell'appartenenza all'Isis dei due. Che inoltre non avevano armi né esplosivi. «Lassaad non ha fatto nulla - ha detto la sorella di Briki in aula - Lavorava sempre. E studiava, abitava con me. È una persona normale».

Commenti

marygio

Gio, 26/05/2016 - 10:58

con me si integrano ...poco poco. niente

francab

Gio, 26/05/2016 - 11:10

non hanno nient altro da fare, anziché stare tutto il giorno su una panchina alparco, meglio allenarsi e pianificare qualcosa che li porterà dritti dritt in paradiso