«Così isoleremo i peruviani violenti»

«Chi ha provocato i disordini ha dato sfogo alle proprie frustrazioni. Dietro ci sono storie di sofferenza»

Sgomberi dei campi nomadi, insurrezioni a Chinatown, risse di peruviani che hanno malmenato alcuni vigili: sono le vicende che negli ultimi mesi hanno destato allarme tra i milanesi ma anche tra quegli immigrati bene integrati sui quali le malefatte di alcuni connazionali gettano una cattiva luce. La condotta irresponsabile di alcuni “latinos” al parco Cassinis dei giorni scorsi, ha sollevato le proteste della comunità peruviana che ha espresso solidarietà ai vigili e alle forze dell’ordine. Franklin Cornejo, peruviano, classe 1975, lavora come educatore di minori e collabora al progetto d’integrazione interculturale promosso dalla Veneranda Fabbrica del Duomo.
Schiamazzi, zuffe, consumo eccessivo di “cerveza”: come giudica questa gente?
«Sono degli emarginati senza lavoro, con famiglie lontane o assenti, ignorati dalle istituzioni e talvolta dagli stessi connazionali. Si radunano la domenica nei parchi, gli unici punti di riferimento, per dar sfogo alle frustrazioni. Dietro ognuno di loro si nasconde una storia di sofferenza che si traduce nei fatti deplorevoli di cui si è ampiamente parlato».
Cosa li spinge a venire in Italia?
«La crisi economica, politica e morale del Perù degli ultimi trent’anni ha provocato un esodo di massa che si è riversato anche nel vostro Paese. Di solito è gente povera, proveniente dai pueblos andini o da Lima, che neppure in Italia è riuscita a migliorare la propria condizione. Tuttavia sono gruppi marginali rispetto ai peruviani regolari e integrati».
Chi sono i regolari?
«Sono quelli dell’“altro Perù” a Milano, fatto di lavoratori, studenti di seconda generazione che frequentano la scuola italiana e si sentono italiani a tutti gli effetti; ma anche colf, badanti e le numerose donne con figli a carico che iniziano a comprarsi la casa, a pagare il mutuo e a inviare i soldi guadagnati ai parenti a casa. Persone che fanno lavori di custodia, di pulizia e di assistenza agli anziani o alle giovani mamme. Sono coloro che possiedono i mazzi di chiavi delle case dei milanesi, perché si sono guadagnati la fiducia dei loro datori di lavoro. La verità è che alcuni non hanno un’educazione alla cittadinanza, ai valori e alla dignità».
Non esiste una solidarietà tra connazionali?
«Tra i peruviani di Milano regna la disuguaglianza, faticano a fare gruppo per rivendicare diritti, con associazioni che spesso non riescono a superare l’improvvisazione. Da parte delle istituzioni milanesi, d’altro canto, non si vede una risposta d’aiuto concreta al di là della repressione delle forze dell’ordine, il corso per la colf o l’evento “latinoamericano” di tipo gastronomico, musicale o sportivo. Servono politiche serie per creare una nuova cultura cittadina. Ed è il momento in cui gli stessi peruviani devono iniziare a parlare di cittadinanza superando il lutto dello sradicamento. Il vero problema è che non c’è un’esperienza condivisa tra immigrati e autoctoni. Milano è una città internazionale ricca di potenzialità. Ma c’è ancora molto da fare».