«Così Milano uscirà dal declino e sarà al pari delle grandi capitali»

M inistro Bondi, domani sbarcherà a Milano il David di Donatello. Qual è il senso di far circolare per l’Italia capolavori già tanto famosi?
«L'occasione è la fiera campionaria delle qualità italiane che richiamerà decine di migliaia di visitatori da tutto il mondo. Il Donatello rappresenta una sorta di ambasciatore del nostro immenso patrimonio artistico, patrimonio che fino ad ora è stato sottovalutato e mai valorizzato come sarebbe giusto.
Nel commentare l'evento, le istituzioni locali hanno sottolineato che «la terra lombarda è feconda di luoghi di cultura». Conferma?
«Credo che la Lombardia e soprattutto Milano paghi nell'immaginario collettivo lo scotto di essere la capitale industriale dell'Italia. Così si tende a sottovalutare l'immensa ricchezza architettonica e paesaggistica della regione. Ma è un errore perché la Lombardia possiede una gran parte di quei beni culturali di cui tanto l'Italia si fa vanto».
I segnali di questi anni, però, non sono stati confortanti e hanno evidenziato un certo immobilismo nella Cultura. L'ultimo è di poche settimane fa, con l'uscita della Pinacoteca di Brera dalla top 30 dei musei italiani più visitati...
«Non è un caso che il Ministero dei Beni culturali insieme al Comune di milano abbia firmato un impegno e trovato le risorse, circa 50 milioni di euro, per portare a termine nel più breve tempo possibile il progetto della Grande Brera che rilancerà questa istituzione storica per Milano al cui interno sono conservati alcuni dei maggiori capolavori di tutti i tempi, basti pensare al Cristo morto di Mantegna».
Da «Mito» al Salone del design, Milano è ormai standardizzata su una «cultura dell'evento» più che per una vera progettualità culturale, sottovalutando le proprie specificità: è la capitale dell'editoria e non ha un festival dell’editoria, è la capitale della moda e manca di un museo della moda, è la capitale delle gallerie d'arte e non ha uno spazio espositivo di livello europeo. Perchè?
«Vede, Milano tra fine Ottocento e inizio Novecento è diventata grande grazie all'apporto di una borghesia illuminata che aveva ben compreso il proprio ruolo sociale. Di fatto tutte le più importanti iniziative meneghine sono frutto o della capacità imprenditoriale, oppure di un fecondo mecenatismo dei privati. Quando la borghesia ha perso coscienza del proprio ruolo, quando è venuta meno la responsabilità sociale che la legava al territorio, è iniziato il declino di Milano. In questi ultimi anni però qualcosa è cambiato: per esempio si sta progettando un museo del contemporaneo all'altezza delle grandi città europee e pure si discute del museo della moda...»
La città in questi anni ha decisamente peccato in produzione culturale. Nell’arte ad esempio, le mostre pubbliche provengono quasi sempre da circuiti esterni anzichè da un progetto. Anche la produzione teatrale è poco visibile. Eppure in passato non era così, senza scomodare il Futurismo...
«Non sottovaluterei l'apporto degli organizzatori privati di mostre che investono e rischiano in un settore così difficile come quello dell'arte, talora con buoni risultati scientifici e di pubblico, talvolta con risultati discutibili. Oggi però è quasi impensabile che una grande mostra possa essere esclusivamente gestita dal pubblico, visto i costi e le competenze necessarie».
Rispetto ad altre metropoli europee (Roma compresa), Milano è quella che ha investito meno nella sua estetica urbana, oltre che nell’ambiente e in qualità della vita. Eppure, dal '94 ad oggi, ha spesso avuto a Roma governi "nordisti" e dello stesso colore dei suoi amministratori locali. Bisogna soffrire?
«Non è così. Sono partiti o stanno partendo alcuni progetti urbanistici frutto di investimenti di decine di miliardi di euro che modificheranno l'aspetto della città e seppur in ritardo riporteranno Milano al pari delle grandi capitali. Bisogna anche aggiungere che su questi progetti si sono misurati alcuni dei massimi architetti del mondo».
Veniamo allora all'Expo. La sensazione è che, fino ad oggi, gli interessi economici e politici stiano prevalendo su quelli dei milanesi...
«Non credo che ci siano interessi politici ed economici estranei agli interessi della città. L'Expo è un gigantesco progetto politico, economico e civile nel senso alto del termine. In un momento di crisi e declino Milano ha giocato la carta del futuro ed è scontato ricordare che l'investimento se ben fatto sarà un potente moltiplicatore economico. D'altronde tutti noi sappiamo quanto sia importante l'ottimismo e la speranza negli andamenti economici. Immaginiamo quanto sarebbe stato meno positivo il futuro di Milano senza l’Expo. Invece il progetto c'è e su di esso verranno convogliate grandi energia e risorse».
Non crede che se anche per l'Expo fossero stati consultati gli intellettuali e gli artisti, ne sarebbe scaturito un contributo utile allo sviluppo della città?
«Beh, da adesso in poi sarebbe opportuno coinvolgere tutti gli uomini di cultura che hanno a cuore Milano. L'Expo è un grande progetto economico ma non può essere solo questo».
Veniamo a Leonardo da Vinci, un «format milanese» decisamente malsfruttato. Cenacolo a parte, manca un museo o uno spazio adeguato che raccontino il Genio del Rinascimento e il suo rapporto con la nostra città. Che ne pensa?
«So che tra non molto sarà esposto, a fianco del Cenacolo, il codice Atlantico che è di proprietà dell'Ambrosiana, un'istituzione che festeggia i 400 anni e il cui patrimonio, libri, quadri, disegni, è tra i più importanti del mondo. In questo senso si è fatto un passo in avanti per disegnare un percorso vinciano. C'è poi il museo della scienza e della tecnica che ha una sezione leonardesca importante. Certo, il brand "Leonardo da Vinci" e poco sfruttato, basti pensare che è il nome dell'aeroporto di Roma...».
Parlando di televisione, lei ha recentemente suggerito una rete Rai dedicata alla cultura e senza vincoli pubblicitari. Sarebbe un sogno...
«La mia era una provocazione che però deve costringerci a pensare diversamente il servizio pubblico. Ma si può fare altro: sono riuscito a convincere Rai e Mediaset a portare in Italia Artè che è il canale d'arte più importante in Europa. Ed inoltre sto riattivando una convenzione tra il ministero dei beni culturali e la Rai perché in cambio dell'utilizzo delle immagini del nostro patrimonio pubblico vengano prodotte trasmissioni dedicate alla cultura».