«Così mio nonno Gandhi mi ha insegnato la libertà»

Mio nonno era un uomo semplice, ma sapeva far divertire i nipoti con le sue battute». A parlare è Tara Gandhi Bhattacharjee, nipote del Mahatma e presidentessa della Fondazione Kasturba Gandhi National Memorial Trust, che sostiene donne e bambini bisognosi dell'India. Di passaggio in Italia, questo pomeriggio è invitata a Milano dal Fai (Fondo per l'Ambiente Italiano) per un incontro pubblico a Villa Necchi Campiglio, la splendida residenza di via Mozart pronta, dopo i restauri, a diventare un nuovo polo culturale della città.
Signora Gandhi Bhattacharjee, che cosa ricorda di suo nonno?
«Quando è morto, sessant'anni fa, avevo quasi 14 anni, un'età nella quale in India sei considerata una donna. La mia giovinezza fu profondamente segnata dalla vita di mio nonno Gandhi e di mia nonna Kasturba».
Che tipo di coppia erano?
«Mia nonna, anche se pochi lo sanno, era la vera forza di Gandhi. Si conobbero e sposarono a 14 anni, come all'epoca avveniva nei matrimoni combinati. Si amarono per tutta la vita: mia nonna, donna minuta e bellissima, morì neanche tre anni prima di Gandhi. Adoravano i loro 14 nipoti (avuti da 4 figli maschi, ndr.) e ci insegnarono sempre ad essere responsabili della nostra libertà. Non a caso nella nostra lingua la parola libertà può essere tradotta con autocontrollo».
Lei chiama suo nonno Gandhi, per cognome.
«È un'abitudine e rivela tutto il mio affetto per quell'uomo magro, che ricordo seduto sul pavimento con una spola per filare il cotone perché odiava la pigrizia. Tutto quello che faceva rivelava il suo essere: era una persona trasparente, senza veli».
In che senso?
«Il modo in cui mangiava, ad esempio. Versava tutto in una semplice coppetta di legno dove metteva il riso e la verdura o la frutta. Il suo modo di cibarsi era espressione del suo pensiero».
Di che cosa parlavate, quando eravate in famiglia?
«Non era un uomo che amava parlare di filosofia, ma dimostrava il suo pensiero nelle piccole cose quotidiane. Prima sperimentava, poi predicava».
Gandhi era una persona carismatica: ne ha mai avuto timore?
«Mai, e credo che nessuno ne abbia mai avuto: Gandhi era molto bravo a cacciare via le paure degli altri. Perché lui stesso non aveva paure».
Come è stata l'infanzia della nipote di Gandhi, nell'India degli anni Quaranta?
«Ricordo i lunghi viaggi per andare a trovare il nonno, quando era negli ashram (comunità per l'innalzamento spirituale, ndr). E poi i viaggi per visitarlo in prigione. Anche se può sembrare strano non ho ricordi tristi legati a quei momenti: mio nonno si interessava a ciò che facevo, ai miei studi. Il momento più brutto è stato quello successivo alla proclamazione dell'indipendenza dell'India. Gandhi mi disse: “La vera lotta comincia adesso. La lotta contro noi stessi, il nemico peggiore“. Temeva, come poi avvenne, gli scontri tra le fazioni interne».
A sessant'anni di distanza dal suo assassinio, il ricordo di Gandhi è vivo e celebrato in molte occasioni pubbliche, come quella di questa sera a Milano. E così anche in India?
«In India c'è ancora una memoria molto viva e calda di lui ma non dobbiamo dimenticarci che per quei milioni di indiani che non hanno cibo nel piatto, ecco, per loro le celebrazioni valgono poco. È più importante che, anche nel nome di Gandhi, si pensi al cibo e al lavoro».